Internet delle cose in città, ricavi a 62 miliardi nel 2026

La catena del valore delle imprese IOT si rivolge ormai quasi completamente al mercato tecnologie e servizi smart city. L’innovazione urbana è opportunità di business: soluzioni NB-IoT e LTE-M varranno 33 miliardi di dollari nel 2022.

Il panorama delle tecnologie e dei servizi smart city cresce e si amplia. L’introduzione negli ultimi anni dell’Internet of Things (IoT) ha incrementato il livello generale di innovazione tecnologica e aperto la strada all’integrazione delle nuove soluzioni per la trasformazione digitale (DX).

L’anno scorso i ricavi del segmento IoT per il mercato smart city sono ammontati a 25 miliardi di dollari. In base alle nuove stime ABI Research, nel 2026 il comparto dell’Internet delle cose per l’ecosistema urbano varrà approssimativamente più di 62 miliardi di dollari.

Il dato è stato calcolato a partire dall’utilizzo di diverse applicazioni smart city e delle tecnologie WAN (Wide Area Network), tra cui l’automazione dei sistemi di sicurezza, riscaldamento, illuminazione, idrici, ventilazione e altro degli edifici (Commercial building automation), i device di comunicazione di prossimità (digital signage), i sistemi intelligenti di trasporto (ITS), i chioschi digitali pubblici per l’informazione in tempo reale su quanto accade in città (punti di interesse culturale, mezzi di trasporto pubblico, circuiti museali, mostre, spettacoli, amministrazione pubblica e altro), i punti di ricarica per veicoli elettrici, i cestini dei rifiuti digitalizzati, interattivi e connessi in rete (smart bins), sensori ambientali (environment sensors), smart grid, soluzioni per facilitare i parcheggi (smart parking), illuminazione di nuova generazione e hot spot multiservizi (smart street lighting), reti di videosorveglianza, smart meters per l’energia elettrica, l’acqua ed il gas.

La catena del valore dell’Internet of Things si rivolge sempre più direttamente al mercato dei prodotti e dei servizi per la smart city – ha commentato Dominique Bonte, vicepresidente di ABI Research – e tutti i fornitori di tecnologie stanno rapidamente riposizionandosi, ottimizzando il proprio portfolio IoT per sfruttare il nuovo trend”.

I settori con le maggiori opportunità di business, secondo lo studio, sono e saranno quelli della sicurezza (fisica e virtuale), dei trasporti e della mobilità, dei servizi, dei big data e dell’analytics e dell’intelligenza artificiale.

Tra le soluzioni IoT più innovative e che sfruttano le tecnologie WAN in ambito urbano ce ne sono due in particolare: l’NB-IoT e l’LTE-M. Entrambe, secondo un nuovo Report pubblicato da Dell’Oro Group, potranno dar vita ad un mercato mondiale che in termini di vendite genererà ricavi per 33 miliardi di dollari nel 2022, più del doppio rispetto al dato dell’anno scorso.

La prima, NB-IoT o Narrow-Band Internet of Things, consente di utilizzare e sviluppare ulteriormente le applicazioni IoT sulle reti 4G e in prospettiva 5G. Parliamo di soluzioni e servizi come ad esempio i contatori intelligenti (smart meters) e la logistica, l’industria 4.0 e l’M2M, le smart grid e le auto connesse (connected cars), con la caratteristica di offrire un gran numero di terminali mobili, ampia copertura radioelettrica, bassi costi e consumi energetici, facilità d’uso, batterie più efficienti.

La seconda, l’LTE-M Long Term Evolution for Machines, è una tecnologia che viene implementata direttamente all’interno delle reti LTE, tramite un aggiornamento delle stazioni radio. È spesso descritta simile all’NB-IOT, ma con una minore estensione in termini di copertura di segnale, un consumo energetico maggiore e conseguentemente batterie con una durata minore.

Le 10 innovazioni che cambieranno per sempre le nostre case

A Bolzano dal 24 al 27 gennaio è in programma Klimahouse, la fiera internazionale del risparmio energetico. Dalla domotica al risparmio energetico, passando per i nuovi materiali eco-sostenibili

Le abitazioni del futuro si svelano a Bolzano, dove dal 24 al 27 gennaio è in programma Klimahouse, la fiera internazionale del risparmio energetico. Dalla domotica al risparmio energetico, passando per i nuovi materiali eco-sostenibili, l’innovazione in edilizia è qui.

Dieci startup internazionali si sfidano

Nel programma della quattro giorni altoatesina c’è anche il Klimahouse Startup Award, la seconda edizione del contest che promette di farci scoprire, e toccare con mano, la casa dei prossimi anni. Idee innovative a forti tinte green, sviluppate in centri di ricerca, giovani aziende e spin-off universitari: dalle mattonelle ricavate dai funghi alle finestre fotovoltaiche, passando per piccoli pannelli solari da balcone. I progetti finalisti sono dieci, selezionati tra 29, e provengono da Italia, Austria e Germania. La finalissima sarà il 26 gennaio.

Mogu è una startup di Varese che ha messo a punto delle mattonelle a base di funghi. Parola d’ordine: economia circolare. Significa che, al termine del proprio utilizzo, il prodotto può essere smaltito senza alcuna difficoltà perché compostabile. Da Biella arriva invece Ricehouse: paglia e lolla di riso – cioè “l’involucro” dei chicchi che viene eliminato durante la pulizia del riso – diventano utili in edilizia come materiali di costruzione, in virtù dell’efficienza energetica e acustica.

Niente sprechi

La produzione di energia pulita è l’altro grande tema di Klimahouse. E2T è un progetto austriaco proveniente dall’università di Graz che ha messo a punto un impianto fotovoltaico di piccole dimensione – “da balcone” – dotato di quattro pannelli solari in grado di restituire all’abitazione la stessa quantità di energia consumata. È invece italianissimo Glass to Power: la startup milanese, nata dalla costola dell’università Bicocca, progetta finestre fotovoltaiche. Gli infissi di casa, per molti l’incubo per via degli spifferi d’aria che lasciano passare, diventano fornitori di energia, grazie ai cosiddetti Concentratori Solari Luminescenti, lastre di plastica in grado di raccogliere la luce del sole.

Dal capoluogo lombardo arriva anche un progetto di pannelli fotovoltaici stampati su fogli di plastica, leggeri e riciclabili. La caratteristica del prodotto sviluppato da Ribes Tech è la sua flessibilità, una qualità che rende utilizzabili i pannelli anche in luoghi finora inaccessibili per i normali pannelli. Raggiungere i luoghi più inaccessibili del mondo, e alimentare aree dove sono in corso crisi umanitarie, è l’obiettivo dell’austriaca Nathal Energy. Acqua, elettricità,e calore: a fornirli sono i contenitori brevettati dalla startup di Villach, trasportabili anche via aereo.

 Home sweet home

Potere all’abitazione: due dei progetti finalisti, entrambi made in Italy, allo Startup Award riguardano la domotica, cioè le tecnologie applicate alle abitazioni. La modenese Mind affida ad algoritmi e sensori, gestibili tramite app sullo smartphone, il compito di gestire gli impianti della casa per creare l’ambiente più confortevole possibile. Da remoto, via telefono o tablet, è possibile controllare i dispositivi di casa grazie a Powahome, la startup di Roma che promette di impiegare due sole ore di tempo per rivoluzionare casa, inserendo un sistema di domotica negli interruttori già esistenti.

A proposito di materiali

Una cementizia performante amica dell’ambiente: è l’idea di Innovacrete, spin-off del Politecnico delle Marche. Da Monaco di Baviera arriva invece Kewazo, un meccanismo di gestione del montaggio dei ponteggi nei cantieri che consente di abbattere di un terzo i costi, quasi dimezzando i tempi, e di rendere più sicuro l’assemblaggio dei vari pezzi

Nel 2018 le aziende spenderanno 160 miliardi di dollari in cloud pubblico

Secondo IDC le industrie che spenderanno di più in servizi di cloud pubblico sono manifattura, servizi professionali e servizi bancari.

Secondo le previsioni di IDC la spesa mondiale per servizi e infrastrutture basati su cloudpubblico raggiungerà 160 miliardi di dollari nel 2018, con un incremento del 23,2% rispetto al 2017. Per i prossimi cinque anni la società di ricerca stima un tasso di crescita del 21,9% del mercato del cloud pubblico. Nonostante un previsto rallentamento degli investimenti, la spesa in servizi arriverà a un totale di 277 miliardi di dollari nel 2021.

Le industrie che spenderanno di più in servizi di cloud pubblico nel 2018 sono discrete manifacturing (19,7 miliardi di dollari), servizi professionali (18,1 miliardi di dollari) e il settore bancario (16,7 miliardi di dollari). IDC prevede inoltre che i settori process manufacturing e retail spenderanno più di 10 miliardi di dollari ciascuno in cloud pubblico nel 2018. Grazie al loro continuo investimento in soluzioni di cloud pubblico, saranno questi i cinque settori che traineranno la spesa fino al 2021.

Le industrie che vedranno la più rapida crescita delle spese nei prossimi cinque anni sono servizi professionali (24,4%), telecomunicazioni (23,3%) e settore bancario (23%).

Le industrie che stanno spendendo di più – discrete manifacturing, servizi professionali e servizi bancari – sono quelle che sono arrivate a riconoscere gli enormi benefici che si possono essere dal cloud pubblico“, ha dichiarato l’analista di IDC Eileen Smith. “Le aziende di questi settori stanno sfruttando i servizi in cloud pubblico per sviluppare e lanciare rapidamente soluzioni della terza Piattaforma, come Big Data, analytics e Internet of Things (IoT), che miglioreranno e ottimizzeranno l’esperienza del cliente e ridurranno i costi operativi”.

Nello specifico il software-as-a-service (SaaS) sarà la più grande categoria di cloud computing, e catturerà quasi i due terzi di tutta la spesa in cloud pubblico nel 2018.

Le spese SaaS, che comprendono applicazioni e system infrastructure software (SIS), saranno dominate dagli acquisti di applicazioni, che rappresenteranno oltre la metà di tutte le spese in servizi in cloud pubblico fino al 2019.

Le applicazioni ERM (Enterprise Resource Management) e CRM (Customer Relationship Management) vedranno la maggior spesa nel 2018, seguite da applicazioni collaborative e di contenuti.

Scendendo più in dettaglio, l’infrastructure-as-a-service (IaaS) sarà la seconda più grande categoria di spesa nel cloud pubblico nel 2018, seguita dal platform-as-a-service (PaaS).

La spesa IaaS sarà distribuita in modo abbastanza uniforme, con una spesa nei server leggermente più alta rispetto a quella nello storage“, ha aggiunto Smith. “La spesa PaaS sarà guidata dai software di gestione dei dati, che vedranno la crescita più rapida della spesa (38,1% CAGR) nei prossimi anni”.

Anche le spese in piattaforme applicative, middleware di integrazione e orchestrazione, applicazioni di accesso ai dati, analisi e distribuzione rimarranno ad alti livelli nel 2018 e oltre.

Dal punto di vista geografico gli Stati Uniti saranno il più grande mercato nazionale per i servizi di cloud pubblico nel 2018, con una previsione di 97 miliardi di dollari, pari a oltre il 60% della spesa mondiale. Regno Unito e Germania guideranno gli investimento in cloud pubblico in Europa occidentale, con 7,9 miliardi e 7,4 miliardi di dollari rispettivamente. Giappone e Cina completeranno i primi 5 Paesi nel 2018 con una spesa rispettivamente di 5,8 miliardi e 5,4 miliardi di dollari.

La Cina registrerà la crescita più rapida nella spesa in cloud pubblico nei prossimi anni (43,2% CAGR), arrivando a superare Regno Unito, Germania e Giappone nel 2021. L’aumento della spesa sarà particolarmente significativo anche in Argentina (39,4% CAGR ), India (38,9% CAGR) e Brasile (37,1% CAGR).

Fonti rinnovabili: dal 2018 devono coprire il 50%

Con l’arrivo del 2018 è necessario ricordare che si tratta dell’anno in cui viene sancito definitivamente l’ultimo step previsto in materia di risparmio energetico e sostenibilità, per l’edilizia: entra definitivamente in vigore l’obbligo di copertura da fonti rinnovabili per almeno il 50% del fabbisogno calcolato in fase di progettazione. La notizia va a completare definitivamente le previsioni presenti nel Decreto Legislativo 28/2011. Riepilogando in modo più completo il suddetto Decreto occorre precisare che la quota del 50% di copertura da fonti rinnovabili è vigente per le abitazioni private, mentre per gli edifici pubblici la quota prevista è del 55%, mentre la quota scende a 25 e 27,5% per gli edifici rispettivamente privati e pubblici situati in centro storico.

Detto in parole povere, soprattutto per i non addetti ai lavori del settore energetico/impiantistico, nei casi in cui si sia soggetti a tale normativa, si dovrà calcolare il valore di quanta energia necessiterà ogni unità immobiliare per la produzione di acqua calda per il riscaldamento e per uso sanitario; determinato tale valore, detto fabbisogno per usi termici, si dovrà installare un impianto alimentato da fonti rinnovabili in grado di garantire che con il loro utilizzo riescano a produrre più della metà del fabbisogno di energia di cui necessita l’immobile. Il fabbricato deve praticamente essere “sostenibile almeno a metà”.

Record negli investimenti rinnovabili mondiali. In Italia +15%

Eolico e solare trascinano in alto gli investimenti nelle rinnovabili e nelle tecnologie intelligenti. La Cina domina, mentre l’Europa perde terreno. Tra i nuovi mercati la maggiore crescita si registra in Argentina, Messico ed Egitto

Il 2017 è stato un altro anno d’oro per gli investimenti rinnovabili nel mondo. C’è la Cina, che con 132,6 miliardi di dollari nelle energie pulite si è ritagliata un primo posto irraggiungibile. C’è l’Argentina, che in un solo anno ha aumentato del 777 per cento la spesa per le fonti alternative. E c’è anche l’Italia che, a dispetto di un quadro economico e politico non facile, ha investito 2,5 miliardi, un più 15 per cento rispetto all’anno precedente.

In realtà a guardare i dati nel nuovo report annuale di Bloomberg New Energy Finance (BNEF) i numeri 2017 sono quasi tutti positivi. A cominciare dal totale investito, il più alto della storia: ben 333,5 miliardi di dollari, finiti soprattutto in progetti eolici e fotovoltaici.

Il dato è in aumento di “solo” il 3% rispetto al 2016, ma assume un valore ancora più profondo se si considera come i costi di capitale per le principali tecnologie rinnovabili stiano continuando a scendere (leggi anche Nel 2020 tutte le energie rinnovabili saranno competitive con le fossili). Basti pensare che in soli due anni, gli impianti fotovoltaici su scala utility hanno ridotto di un quarto i prezzi al MW.

Chi domina la classifica degli investimenti rinnovabili 2017?

Metà della crescita è dovuta solo alla Cina. La Repubblica Popolare ha stabilito un nuovo record nazionale sia in termini generali di investimenti rinnovabili 2017, che per le performance di crescita nel settore solare: 86,5 miliardi di dollari destinati esclusivamente al fotovoltaico cinese, grazie ai quali la nazione ha installato 56 GW di nuova capacità (Leggi anche Fotovoltaico: la Cina supera i 110 GW di capacità solare). Uno dei motivi, come spiega Justin Wu, responsabile Asia-Pacifico per BNEF, è che “il costo del solare continua a scendere in Cina, e un numero sempre maggiore di progetti viene realizzato su tetti, parchi industriali o in altri luoghi da generazione distribuita. Questi sistemi non sono limitati dalla quota governativa (ogni stato ha delle quote massime di rinnovabili non programmabili che può installare durante l’anno)”.

Il secondo più grande paese investitore sono stati gli Stati Uniti, con 56,9 miliardi di dollari, in crescita dell’1% rispetto al 2016 nonostante il ciclone Trump. Trend al ribasso invece per l’Europa (-26%), dove i grandi segni meno davanti alle spese di Germania e Regno Unito non ce la fanno ad essere contrastati dai rialzi di Francia, Olanda, Italia, Svezia, Spagna e Austria. Rallenta anche il Giappone, mentre l’Australia, in barba al nuovo governo pro fossile, aumenta gli investimenti rinnovabili del 150%.

Ma è tra i mercati emergenti il vero movimento. Gli investimenti rinnovabili dell’Argentina sono cresciuti del 777% per cento (raggiungendo i 1,8 miliardi di dollari). Segue il Messico con più 516% (6,2 miliardi di dollari) e l’Egitto in crescita del 495% (2,6 miliardi).

Energia: il 35% è il nuovo obiettivo europeo per efficienza e rinnovabili

Ferrante (Kyoto Club): «Un passo avanti. Ma il Governo italiano latita». Greenpeace «Ancora troppo spazio ai biocombustibili»

Il Parlamento europeo ha approvato i nuovi obiettivi vincolanti a livello Ue che prevedono «un miglioramento del 35% dell’efficienza energetica, una quota minima pari almeno al 35% di energia da fonti rinnovabili nel consumo finale lordo di energia e una quota del 12% di energia da fonti rinnovabili nei trasporti entro il 2030.

Per raggiungere tali obiettivi, gli Stati membri dell’Ue «sono invitati a fissare le necessarie misure nazionali, che saranno monitorate secondo le nuove regole sulla governance dell’Unione dell’energia».

Il 35% è l’obiettivo minimo richiesto dalle associazioni ambientaliste e dalle imprese delle rinnovabili ed è comunque un passo avanti rispetto al precedente obiettivo del 27% previsto dalla Commissione europea.

Secondo il vicepresidente del Kyoto Club, Francesco Ferrante, è «Il voto è positivo, ma attendiamo in Italia il decreto che normi procedure burocratiche e incentivi. Il governo italiano latita. Dopo avere emanato una Strategia energetica nazionale troppo timida su questo punto (solo il 28% al 2030) non sta facendo il suo dovere: emanare cioè il decreto che si attende dalla fine del 2016 che normi gli incentivi, le semplificazioni burocratiche, i contingenti da mettere ad asta delle fonti rinnovabili non fotovoltaiche e riapra i registri per gli impianti più piccoli. La proroga continua della misura sulle rinnovabili crea confusione e getta le imprese del settore nell’incertezza, contribuendo alle mancate occasioni di sviluppo e di lavoro all’intero sistema Paese. La strada invece dovrebbe essere una e una sola per l’Italia e per l’Europa: per rispettare gli accordi di Parigi bisogna scommettere sulle rinnovabili che grazie all’innovazione tecnologica hanno costi sempre più bassi e competitivi nei confronti dei fossili e spingere su autoproduzione e autoconsumo».

Un giudizio sostanzialmente positivo arriva anche da Sebastian Mang di Greenpeace Eu: «Il Parlamento ha giustamente riconosciuto che l’Ue deve aumentare la quota di rinnovabili se vuole rispettare i suoi impegni sul clima, ma avrebbe dovuto mantenere il focus sulle soluzioni reali, e non su quelle false come i biocombustibili. Nonostante molti governi europei stiano tenendo ancorati i propri Paesi a nucleare e carbone, invece di puntare sulle rinnovabili, il Parlamento sostiene fermamente il diritto dei cittadini di ottenere e vendere energia prodotta dal sole e dal vento».

Per quanto riguarda l’efficienza energetica, gli europarlamentari precisano che l’obiettivo minimo vincolante del 35% – approvato con 485 sì, 132 no e 58 astensioni – e gli obiettivi nazionali indicativi saranno definiti «sulla base del consumo energetico previsto per il 2030 seguendo il modello PRIMES (simulando il consumo energetico e il sistema di approvvigionamento energetico nell’Ue). Il relatore per l’efficienza energetica, il socialdemocratico ceco Miroslav Poche, ha evidenziato che «L’efficienza energetica è una delle dimensioni chiave della strategia dell’Unione dell’energia. Una politica ambiziosa in questo settore contribuirà a raggiungere i nostri obiettivi climatici ed energetici e ad aumentare la nostra competitività. È anche uno dei modi migliori per combattere la povertà energetica in Europa».

L’obiettivo vincolante del 35% per le energie rinnovabili è stato approvato con 492 voti favorevoli, 88 contrari e 107 astensioni e gli eurodeputati affermano che «Nel 2030 la quota di energie rinnovabili deve essere pari al 35% del consumo energetico dell’Ue. Dovrebbero inoltre essere fissati obiettivi nazionali, dai quali gli Stati membri sarebbero autorizzati a discostarsi, a determinate condizioni, fino a un massimo del 10%». Il relatore per le rinnovabili, il socialista spagnolo Jose Blanco Lopez, ha dichiarato: «La Commissione europea era troppo timida nella sua proposta. Se l’Europa vuole rispettare gli impegni di Parigi, lottare contro il cambiamento climatico e guidare la transizione energetica, dobbiamo fare di più. Il Parlamento è stato in grado di raggiungere un ampio consenso a favore di obiettivi significativamente più elevati per il 2030. Siamo inoltre riusciti a rafforzare il diritto all’autoconsumo, a portare sicurezza e certezza agli investitori, ad aumentare l’ambizione di de-carbonizzare il settore dei trasporti, nonché i settori del riscaldamento e del raffreddamento. La de-carbonizzazione non è un freno alla crescita economica. Al contrario, è il motore della competitività, dell’attività economica e dell’occupazione».

Per quanto riguarda i carburanti per i trasporti, l’Europarlamento ha deciso che «Nel 2030, ogni Stato membro dovrà garantire che il 12% dell’energia consumata nei trasporti provenga da fonti rinnovabili. Il contributo dei biocarburanti cosiddetti di “prima generazione” (composti da colture alimentari e da mangimi) dovrà essere limitato ai livelli del 2017 con al massimo il 7% del trasporto stradale e ferroviario». Gli eurodeputati vogliono vietare l’utilizzo dell’olio di palma a partire dal 2021 e sottolineano che «La quota dei biocarburanti avanzati (che hanno un impatto minore sull’uso del suolo rispetto a quelli basati sulle colture alimentari), dei carburanti rinnovabili per i trasporti di origine non biologica, dei combustibili fossili a base di rifiuti e dell’elettricità rinnovabile dovrà essere pari almeno all’1,5% nel 2021, con un aumento fino al 10% nel 2030». Ma Greenpeace lamenta il fatto che «Nonostante i passi in avanti sul target rinnovabili, il Parlamento europeo continua però a sostenere il continuo ricorso in Ue ai biocombustibili. La proposta del Parlamento, ad esempio, consentirebbe agli Stati membri di bruciare interi alberi, abbattuti per essere sfruttati a fini energetici e raggiungere gli obiettivi sulle rinnovabili. Questo nonostante gli scienziati concordino sul fatto che aumenterebbero le emissioni per decenni, contribuendo in modo significativo al degrado delle foreste».

Del nuovo “pacchetto energia” fa parte anche un altro impegno che riguarda i veicoli elettrici: «Entro il 2022, il 90% delle stazioni di rifornimento lungo le strade delle reti transeuropee dovrà essere dotato di punti di ricarica ad alta potenza».

L’Europarlamento ha affrontato anche un altro tema energetico controverso: quello delle biomasse e ha deciso che «I regimi di sostegno alle rinnovabili derivanti dalla biomassa devono essere concepiti in modo tale da non incoraggiare un uso inappropriato della biomassa ove esistano impieghi industriali o materiali che offrono un valore aggiunto più elevato, in quanto il carbonio catturato nel legno verrebbe liberato se fosse bruciato per riscaldamento. Per quanto riguarda la produzione di energia, occorre pertanto dare priorità alla combustione dei rifiuti di legno e residui».

Importanti novità anche per l’autoconsumo e comunità energetiche: il Parlamento europeo «vuole garantire che i consumatori che producono energia elettrica nei loro edifici (autoconsumo) abbiano il diritto di consumarla e di installare sistemi di stoccaggio senza dover pagare oneri, canoni o imposte». Gli eurodeputati sanno bene che la cosa non piacerà alle grandi imprese energetiche e per questo il mandato negoziale chiede agli Stati membri di «valutare gli ostacoli esistenti all’autoconsumo di energia prodotta nei territori dei consumatori, di promuovere tale consumo e di garantire che i consumatori, in particolare le famiglie, possano aderire alle comunità delle energie rinnovabili senza essere soggetti a condizioni o procedure ingiustificate». Uno studio redatto da CE Delft e diffuso da Greenpeace nel 2016 mostra come, con il giusto supporto, metà dei cittadini dell’Unione europea potrebbe autoprodurre energia da fonti rinnovabili entro il 2050, coprendo circa il 50% della domanda elettrica dell’Ue. Le compagnie elettriche fornirebbero invece il resto dell’elettricità rinnovabile di cui ci sarebbe bisogno.

Il Parlamento europeo ha anche approvato, con 466 voti favorevoli, 139 contrari e 38 astensioni, una  risoluzione sulla governance dell’Unione dell’energia che prevede che «ogni Stato membro deve notificare alla Commissione europea  un piano nazionale integrato per l’energia e il clima entro il 1° gennaio 2019 e, successivamente, ogni 10  anni. Il primo piano deve coprire il periodo dal 2021 al 2030. I piani successivi devono coprire il periodo di 10 anni immediatamente successivo alla fine del periodo coperto dal piano precedente. La Commissione dovrebbe valutare i piani nazionali integrati per l’energia e il clima e formulare raccomandazioni o adottare misure correttive qualora ritenesse che i progressi compiuti siano insufficienti o che siano state adottate azioni insufficienti».

Secondo la correlatrice per la governance, la verde francese Michèle Rivasi, «Il Parlamento europeo ha assunto una posizione storica, conforme e coerente con gli impegni dell’UE sul clima. È la prima volta che la legislazione europea ha elaborato, in particolare, un obiettivo Ue per le energie rinnovabili del 35% e un obiettivo per l’efficienza energetica del 35% ntro il 2030, una strategia per il metano e obblighi di lotta contro la povertà energetica. Questa politica contribuirà a sviluppare un’autentica indipendenza energetica, a creare posti di lavoro e a garantire investimenti sicuri. Oltre ad essere coerente, la proposta sulla governance fornisce una piattaforma per il dialogo tra la società civile, le autorità locali e i governi. Questa trasparenza sarà necessaria per affrontare la lobby degli oligopoli dell’energia. Un interesse deve prevalere su tutti gli altri: il futuro del pianeta e dei suoi abitanti!». L’altro correlatore per la governance, il verde lussemburghese Claude Turnmes, ha aggiunto: «Dopo l’accordo molto debole raggiunto dal Consiglio in dicembre sul pacchetto Energia pulita sono orgoglioso che il Parlamento oggi abbia contribuito a ripristinare la credibilità dell’Unione europea sul clima. Una maggiore ambizione sulle energie rinnovabili, sull’efficienza energetica e un solido sistema di governance basato su un approccio sul bilancio del carbonio contribuiranno alla realizzazione di un’economia a zero emissioni di carbonio entro il 2050 e al rispetto dell’accordo di Parigi. Il Parlamento dimostrerà un fronte unito quando avvierà i negoziati con il Consiglio».

I negoziati tra Parlamento, Commissione e Consiglio Ue potranno iniziare immediatamente, visto  che il Consiglio ha approvato i suoi orientamenti generali sull’efficienza energetica il 26 giugno e sulle energie rinnovabili e la governance dell’Unione dell’energia il 18 dicembre. Ma Greenpeace Eu ricorda che «I ministri dell’Energia, che avevano raggiunto il loro accordo preliminare sul pacchetto completo di riforma energetica lo scorso 18 dicembre, hanno sin qui sostenuto controverse sovvenzioni per carbone, nucleare e gas e hanno indebolito le proposte per consentire a famiglie, cooperative e municipalità di produrre e vendere la propria energia rinnovabile».

Così l’internet delle cose migliorerà le nostre vite

C’è il frigorifero intelligente, la macchina che si guida da sola, la domotica che consente di gestire la casa da uno smartphone. C’è tutto questo ma anche molto altro nel nostro futuro. Come la possibilità di personalizzare l’utilizzo di strumenti già diffusi da più di un secolo come l’energia elettrica o la bicicletta. Reinventandoli alla luce delle nuove tecnologie.

Il mondo “connesso” è solo agli inizi: molte delle innovazioni che ieri sembravano sogni sono già presente, quelle che oggi ipotizziamo arriveranno domani e quelle che ancora non immaginiamo le scopriremo prima di quanto pensiamo.Più che di case o città intelligenti si dovrà parlare di società smart, perché quasi ogni ambito delle nostre vite sarà rivoluzionato dalle potenzialità della connettività estrema.

Si stanno gettando le basi per il 5G, per arrivare a creare la “Gigabit society” che avrà un impatto positivo sull’ economia e sullo stile di vita delle persone. Si svilupperanno reti sempre più intelligenti per case ed edifici connessi, smarthome, servizi di e-health ed e-education basati sulla realtà virtuale, automobili connesse e virtual shopping. L’IoT (Internet of Things – Internet delle Cose) permetterà, grazie all’impiego della Rete, un’interazione continua tra persone, oggetti e l’ambiente che ci circonda. E ognuno di questi passaggi determina un’amplificazione di dieci volte delle potenzialità di connessione.

LA CONNETTIVITÀ
«Questa trasformazione digitale ha tre elementi alla base», ci racconta Enrico Bagnasco, responsabile Innovation di Tim. «Innanzitutto una connettività sempre più diffusa e disponibile per far “parlare” tra loro gli oggetti del nostro quotidiano. In secondo luogo una miniaturizzazione dei device per realizzare sensori poco invasivi, piccoli e con batterie della durata di diversi anni. In ultimo una capacità sempre maggiore di elaborare i dati, i cosiddetti big data, che ci consentirà di realizzare soluzioni al servizio dei clienti, delle aziende e della pubblica amministrazione». Pensare a elettrodomestici intelligenti non significa solo un frigorifero in grado di dirci sullo smartphone quali ingredienti manchino per una ricetta o quando scada il latte, ma la possibilità di fornire in modo sicuro e criptato i dati di utilizzo degli stessi così da dare alle aziende produttrici la chance di studiare come migliorarli sul piano dell’efficienza, anche energetica. Non solo: ogni volta che salta la luce perché abbiamo acceso più elettrodomestici ad alto consumo contemporaneamente, come lavatrice, lavastoviglie o forno, sarà possibile chiedere al nostro operatore un supplemento di energia elettrica per il tempo necessario. Grazie ai nuovi contatori intelligenti sarà sufficiente un ordine da remoto per passare, per esempio, da 3 a 4,5 kilowatt per un paio d’ore. Ma la rivoluzione riguarderà le intere città, dando la possibilità alle amministrazioni pubbliche di gestire il traffico o il verde urbano, con significativi impatti sull’ inquinamento acustico e dell’aria e sul risparmio di risorse economiche. Le luci dei lampioni potranno essere regolate rispetto all’ora del giorno, al clima atmosferico o alla presenza di automobili. I parchi potranno essere mantenuti con maggiore precisione e cura e i mezzi pubblici regolati in base alle necessità dei cittadini. Per non parlare di servizi come il bike sharing: l’utente potrà ottimizzare il proprio percorso sulla base del traffico ma anche dello smog, monitorato in tempo reale, per evitare zone troppo congestionate e inquinate.

CONTENUTI DIGITALI
Per fare tutto questo sarà necessario avere città sempre più connesse sia da un punto di vista della capillarità sia della larghezza di banda. E la più grande azienda italiana di telecomunicazioni si sta muovendo da tempo. «Naturalmente la connettività è il nostro presidio storico, abbiamo già avviato il 5G a Torino, Bari, Matera oltre a San Marino primo stato in Europa e tra i primi al mondo. Nel 2018 realizzeremo già le prime sperimentazioni», prosegue Bagnasco, «ma c’è anche un lavoro continuativo che ha l’obiettivo di creare un ecosistema digitale, con tutti i migliori player del settore, dove vogliamo giocare un ruolo da protagonisti». Oggi il mondo che più sta sfruttando, per non dire trainando, la connettività di nuova generazione è quello del multimedia associato a smartphone e tablet,che si tratti di giochi,video o musica. E continuerà a essere così.

L’obiettivo per il futuro è garantire da mobile una visione fluida di filmati in 4K, una qualità di definizione doppia rispetto all’attuale HD, e l’utilizzo da remoto di recenti innovazioni come la realtà virtuale e la realtà aumentata. Potenzialità fruibili con il 5G, anche se già il 4G consente di vedere film e serie tv ad alta definizione con eccellenti risultati. E per questo Tim mette già a disposizione soluzioni personalizzate in base alle esigenze dei clienti: si va da TimVision, la tv on demand con oltre 10mila titoli tra film e serie tv anche in esclusiva, a TimMusic, la piattaforma per la musica in streaming con 25 milioni di brani, a TimGames, per giocare direttamente da smartphone sia in streaming sia in download. E poi c’è la novità di Tim Show, che offre gratuitamente per un anno ai clienti mobili le migliori playlist di Tim Music senza consumare il traffico dati, i giochi di Gameloft, le serie tv di Studio+ e notizie dall’Italia e dal mondo, tutto a portata di app.

Per quanto riguarda la connettività, Bagnasco spiega che «se oggi con il 4G arriviamo ad alcune centinaia di megabit al secondo, con il 5G si passerà ad una capacità di trasmissione fino a decine di gigabit al secondo, con prestazioni dieci volte superiori a quelle attuali. I sensori connessi, invece, potranno essere fino ad alcuni milioni per chilometro quadrato. L’idea è che qualunque cosa sia connessa». Oltre alla casa e alla città, c’ è anche il mondo delle imprese: sono allo studio, per esempio, sedie che sappiano capire come è seduto il lavoratore così da suggerirgli come modificare la postura. Con l’agricoltura di precisione sarà possibile irrigare in modo mirato, all’ ora e solo nel punto necessario.

LE NUOVE AZIENDE
E anche la moda e il lusso potranno beneficiare di questa estesa connettività, assicurando che il prodotto sia originale e tracciabile in caso di furto.

Per non parlare delle applicazioni nel mondo dello sport: dalle prossime Olimpiadi di Tokyo 2020 potremo sfruttare in diretta la realtà virtuale per vedere le gare di atletica da bordo pista. TimVision le trasmetterà insieme a quelle invernali del 2018 in Corea del Sud. Potremo vederle seduti sul divano.

Fotovoltaico italiano, continua la lenta risalita: in 10 mesi 352 MW

La nuova potenza installata è in crescita del 12% rispetto allo stesso periodo 2016. Sommate a quelle di eolico e idroelettrico, le nuove installazioni raggiungono in totale circa 726 MW, con un +20% rispetto ai primi 10 mesi dell’anno scorso. I nuovi dati Anie/Gaudì.

Nei primi 10 mesi del 2017, in Italia, si sono installati 352 MW di nuovi impianti, con una crescita del 12% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, nel quale peraltro c’era stato un aumento dell’installato del 28% rispetto ai primi 10 mesi del 2015.

È questo uno dei dati più importanti tra quelli diffusi oggi da Anie Rinnovabili, che ha rielaborato i numeri forniti dal sistema Gaudì di Terna.

La smart home varrà 120 mld di dollari nel 2022

Il termine Smart Home è diventato di uso assai comune e molti, ormai, sono i device che quotidianamente ci aiutano a rendere la nostra casa sempre più domotica e intelligente. Basti pensare alla diffusione delle lampade comandate attraverso le app, ai sistemi di allarmi elettronici o alle telecamere con connessione Wi-Fi che ci aiutano a sorvegliare la casa durante la nostra assenza.

Una diffusione che ha portato anche problemi di sicurezza mondiale, perché tutti questi device sono costantemente collegati alla rete e possono essere utilizzati dagli hacker informatici per sferrare attacchi via internet.

Da un whitepaper pubblicato dalla Gsma (GSM Association) insieme con Z-Wave Alliance, dal titolo “Smart home strategies that pay off: Takeaways from examples of early success for telcos and service providers”, si evince che, mentre l’adozione da parte dei consumatori di prodotti e servizi per la casa intelligente è cresciuta costantemente in tutto il mondo, per ora da parte del mercato di massa non si è ancora vista una vera massiccia adozione.

Le stime suggeriscono che le entrate, derivanti dal mercato globale delle case intelligenti, potrebbero valere fino a 121,73 miliardi di dollari entro il 2022.

Il Nord America detiene la quota maggiore del mercato; e si intravede ancora ampio spazio per un’ulteriore crescita. Gli Stati Uniti hanno registrato una sostanziale crescita anno su anno del numero di case collegate e questo dovrebbe continuare.

L’Europa sta seguendo il Nord America, come anche la regione Asia-Pacifico (APAC), e vedranno una significativa crescita nei prossimi anni, tanto che il mercato europeo delle case intelligenti raggiungerà i 15,28 miliardi di dollari entro il 2020, mentre l’APAC un valore di 9,28 miliardi di dollari, sempre entro il 2020.

Tuttavia, fattori come i progressi nella tecnologia Internet of Things (IoT), una maggiore accessibilità, una crescente consapevolezza dei casi e dei vantaggi legati all’uso domestico e le preoccupazioni sul consumo energetico, sulla sicurezza e sull’invecchiamento della popolazione ci stanno avvicinando al punto critico.

Il mercato della Smart Home offrirà un’opportunità per una gamma di fornitori di servizi come società di sicurezza, compagnie telefoniche o compagnie di assicurazioni, che condividono una serie di caratteristiche cruciali, tra cui una relazione consolidata con una vasta base di clienti, la reputazione del marchio di lunga data e la fiducia dei consumatori.

Il whitepaper, infine, sottolinea come coloro che capiranno e offriranno la giusta proposta per i propri clienti saranno in grado di creare ulteriori opportunità di guadagno e riusciranno ad incentivare, per un periodo prolungato, la fidelizzazione dei clienti

Da questi dati si capisce come la Smart Home sarà una grande occasione per il futuro, in quanto diventerà sempre più presente nel mercato di massa, portando, per molti settori economici, una sostanziosa opportunità di business.

Dal Politecnico di Torino, l’Internet of Things che riconosce i nostri gusti

Si chiama YouRule il prototipo di intelligenza artificiale che adatta tutti i dispositivi smart alle nostre preferenze.

Già dal nome del progetto capiamo che il paradigma è cambiato. Non è più la tecnologia al centro, ma l’utente. YouRule: sei tu a comandare i dispositivi smart che ti circondano, con i tuoi gusti e le tue preferenze. In casa, come in ufficio o in auto.

La tecnologia è stata sviluppata dal gruppo di ricerca EuPont del Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino, coordinato dal professor Fulvio Corno, con Luigi De Russis e Alberto Monge Roffarello. YouRule è una piattaforma che punta a rendere più semplici e personalizzabili i dispositivi intelligenti connessi alla rete, proponendo un’interfaccia utente intuitiva e di facile utilizzo. «È proprio questa la sfida più grande – afferma a La Stampa Fulvio Corno -. I nostri sforzi si riversano sulla facilità d’uso, con test, focus group e coinvolgimento degli utenti in ogni fase».

Le specifiche del prototipo sono state oggetto di pubblicazione su Computer, il magazine della IEEE Computer Society.

COS’È YOURULE

«Con YouRule sorpassiamo il concetto di un’applicazione specifica per ogni dispositivo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un incremento dell’utilizzo dello smartphone, e al moltiplicarsi degli oggetti intelligenti di cui ci circondiamo – spiega Corno -. Non è difficile immagine che tra 3 o 5 anni ognuno di noi dovrà controllare un centinaio di dispositivi, ed è inpensabile avere un’app per ognuno di essi. Ci siamo chiesti come superare questo problema, è abbiamo trovato la soluzione con YouRule. L’utente specifica cosa vuole, i suoi gusti e le sue preferenze, poi ci pensa l’intelligenza artificiale a sfruttare i dispositivi connessi per soddisfare le richieste».

Una piattaforma user friendly, su cui impostare le nostre preferenze. Ad esempio, se vogliamo godere di una certa temperatura ambientale in casa, così come in ufficio o in auto, YouRule si connetterà automaticamente ai dispositivi di riscaldamento per offrire il calore di cui si necessita, senza che si debbano fare ulteriori operazioni.

«Con YouRule deleghiamo a una intelligenza intermedia il dialogo coi dispositivi. A noi il compito di fornire alla macchina i nostri gusti e le nostre abitudini, in un contesto semplice. Ad esempio, la programmazione giornaliera di un termostato è vista come cosa complessa dall’utente medio. Noi vogliamo arrivare alla semplicità di una applicazione mobile».