La Commissione Europea pone attenzione alla GREEN ECONOMY

La Commissione Europea intende sostenere una crescita “emissioni zero”con misure che guardano alla sostenibilità.

Green economy significa molto di più di una semplice strategia o visione a lungo termine. È l’unica alternativa valida per rispondere all’esigenza prevista di una crescita esponenziale di abitanti sulla Terra. Entro il 2050 nel mondo vivranno più di nove miliardi di persone. Ottimizzare le risorse sarà fondamentale, tanto quanto riuscire a garantire una migliore qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo. Non solo: puntare sull’economia verde garantisce nuove prospettive di lavoro, creazione di mansioni a oggi poco o per nulla sviluppate. Insomma, c’è solo da guadagnarci mettendola in pratica.

Ma cos’è la green economy?

La prima e più elementare definizione di economia green è quella che guarda a un’economia capace di generare prosperità crescente pur mantenendo i sistemi naturali che ci sostengono. La definizione è offerta dalla Agenzia europea per l’Ambiente, organo dell’Unione Europea. Un’economia verde deve a sua volta essere collegata ad altri modelli, quali la sharing economy, o economia della condivisione, e ancor più alla circular economy, ovvero l’economia circolare, attuabile mediante la riproducibilità delle risorse.

La Commissione Europea incardina la green economy alla necessità di un cambiamento dei modelli economici dettati dalla crisi delle risorse cui già oggi siamo e verso cui andremo sempre più, con il rischio di risorse insufficienti. La creazione della ricchezza deve andare in una direzione che non collida con l’ambiente. Da qui una visione che permetta ai cittadini e ai governi di rendere le loro economie più ecocompatibili mediante alcune azioni necessarie:

  • gestire meglio le risorse;
  • ri-orientare l’economia verso un futuro sostenibile;
  • sostenere l’innovazione;
  • rendere efficiente la gestione dell’acqua e dei rifiuti;
  • promuovere produzione e consumi sostenibili.

Sempre entro il 2050 dovremmo estrarre cinque volte più risorse di quanto facciamo oggi, il che sarà praticamente impossibile. Spiega la stessa Commissione Europea:  “oltre il 60% dei nostri ecosistemi sono già sfruttati troppo, le risorse ittiche mondiali sono gravemente a rischio, e abbattendo troppi alberi stiamo mettendo a repentaglio la qualità dell’aria e dell’acqua”. Da qui nascono alcune iniziative fondamentali che vanno in questa direzione: tra queste la strategia Europa 2020, proposta dalla Commissione europea nel 2010 per il progresso dell’economia dell’UE nel decennio 2010-2020. Una strategia che mira a una “crescita intelligente, sostenibile e inclusiva” con un maggiore coordinamento delle politiche nazionali ed europee. La stessa Commissione punta oggi a una crescita volta all’obiettivo “emissioni zero” ed è da qui che è giunto il recente annuncio che guarda a una strategia a lungo termine per centrare l’obiettivo entro il 2050, in collaborazione con tutti gli stakeholder. La strategia, denominata “A Clean Planet for All” (un pianeta pulito per tutti) e lanciata in anticipo rispetto alla Conferenza COP24 sui cambiamenti climatici di Katowice  che si sta svolgendo in questi giorni in Polonia, aggiorna la precedente Roadmap 2050 in accordo con gli obiettivi di Parigi e alla luce del recente Report IPCC “Global Warming of 1.5 °C”.

UE, ok a obiettivo del 32% di energie rinnovabili entro il 2030

I rappresentanti di Consiglio europeo, Parlamento e Commissione hanno firmato l’accordo che aggiorna il quadro normativo europeo al 2030 per quanto riguarda gli obiettivi dell’UE per le energie rinnovabili, compresi l’autoconsumo e i trasporti. Grazie a questo accordo due delle otto proposte legislative del pacchetto “Energia pulita per tutti” (adottato dalla Commissione europea il 30 novembre 2016) sono già state approvate. Il 14 maggio infatti è stato adottato il primo elemento del pacchetto, la direttiva sul rendimento energetico nell’edilizia. Il nuovo target fissato al 2030 prevede una quota di energia da fonti green pari ad almeno il 32% del consumo finale lordo dell’Unione (rispetto al 20% del 2020), con una clausola di revisione verso l’alto entro il 2023. Tra i principi ispiratori della nuova misura il sostegno all’efficienza energetica in materia di pianificazione, politiche e investimenti. Per quanto riguarda i trasporti entro il 2030 almeno il 14% del carburante utilizzato dovrà provenire da fonti rinnovabili e si deve prevedere un maggiore uso di biocarburanti di seconda generazione. E’ fissato un target al 3,5% per l’utilizzo di biofuel avanzati. L’accordo prevede inoltre che gli Stati membri dell’UE debbano garantire che i consumatori abbiano il diritto di produrre, autonsumare, immagazzinare e vendere l’energia, installare e gestire sistemi di stoccaggio dell’elettricità, non essere soggetti ad alcuna tassa sull’energia autoconsumata fino al 2026. Tali consumatori inoltre devono ricevere una remunerazione per l’elettricità rinnovabile autoprodotta che immettono nella rete. I consumatori devono potersi unire in  comunità delle energie rinnovabili per integrare l’autoconsumo nella transizione verso un’energia più pulita. Per quanto riguarda il settore del riscaldamento/raffreddamento l’accordo provvisorio prevede un sotto-obiettivo di un aumento annuo indicativo dell’1,3% delle energie rinnovabili negli impianti di riscaldamento e raffreddamento, calcolato su un periodo di 5 anni a partire dal 2021. Soddisfatto il relatore per le energie rinnovabili José Blanco López (S&D, ES) che ha sottolineato che è stata significativamente migliorata la proposta iniziale ed è stato raggiunto un ottimo compromesso sull’obiettivo vincolante del 32% di energie rinnovabili nel mix energetico per il 2030. “La nuova direttiva garantirà sicurezza e certezza agli investitori e semplificherà le procedure amministrative per i progetti nel settore delle energie rinnovabili”. Il relatore della commissione per l’ambiente, onorevole Bas Eickhout (Verts/ALE, NL), ha commentato che grazie a questo accordo l’Unione invia un segnale chiaro al settore dell’energia verso il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla COP21 di Parigi. “Gli investitori sanno dove sta andando l’UE. Stiamo inoltre creando una serie di condizioni che renderanno più interessante per le famiglie e per i gruppi di famiglie produrre la propria energia”. Il commissario responsabile per l’azione per il clima e l’energia Miguel Arias Cañete, ha commentato che questo accordo riuscirà a sbloccare il vero potenziale della transizione dell’Europa verso l’energia pulita, creando nuovi posti di lavoro, bollette più basse per i consumatori e minori importazioni di energia. “La natura vincolante dell’obiettivo del 32% garantirà inoltre una maggiore certezza agli investitori. Invito ora il Parlamento europeo e il Consiglio a proseguire i negoziati con lo stesso impegno e a completare il resto delle proposte del pacchetto “Energia pulita per tutti gli europei”.  Il prossimo passo sarà l’approvazione sia dei ministri dell’Unione europea che dei deputati al Parlamento europeo. Una volta raggiunto tale obiettivo, la legge entrerà in vigore 20 giorni dopo la data di pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. Gli Stati membri dovranno recepire i nuovi elementi della direttiva nel diritto nazionale entro il 30 giugno 2021. Tra le prime reazioni delle associazioni, Greenpeace in un comunicato stampa pur apprezzando il nuovo accordo, soprattutto per il diritto riconosciuto ai cittadini di autoprodursi e vendere l’energia senza essere per questo tassati, partecipando alla crescita delle rinnovabili, sottolinea che doveva esserci una maggiore ambizione. Il target al 32% è troppo basso e non sufficiente per contrastare gli effetti del cambiamento climatico e “permette alle grandi compagnie energetiche di restare ancorate ai combustibili fossili o a tecnologie rivelatesi false soluzioni rispetto al cambiamento climatico”, commenta Sebastian Mang, consulente energia di Greenpeace Ue.

Cresce dell’87,5% l’investimento nelle Rinnovabili nel 2017.

Cresce dell’87,5% l’investimento nelle Rinnovabili nel 2017.

Secondo il rapporto annuale Irex, “L’evoluzione del mercato elettrico tra nuovi modelli di business e policy nazionali”, presentato a Roma e realizzato da Althesys, gli investimenti degli italiani valgono 13,5 miliardi per una potenza di 13,4 GW, contro i 6,8 GW del 2016.

Se è vero che gli investimenti internazionali sono la componente principale, ripartono anche le installazioni in Italia. oltre a tracciare gli investimenti “utility scale” realizzati in Italia da operatori italiani e stranieri e all’estero dai soli player italiani, fa anche il bilancio decennale degli investimenti nazionali nelle rinnovabili, il cui ruolo è oggi divenuto centrale, segnando l’evoluzione dell’intero settore elettrico.

Secondo l’economista Alessandro Marangoni, capo del team di ricerca e ceo di Althesys, “conferma in maniera inequivocabile che l’industria elettrica ha scelto le rinnovabili come asse centrale del sistema energetico futuro, tanto che le rinnovabili costituiscono l’85% della nuova capacità installata nel 2017. E lo dimostra anche lo stesso Irex Report, che compie dieci anni: da studio di nicchia è oggi divenuto un rapporto su tutta l’industria elettrica”. Nel 2017 sono state registrate oltre 200 operazioni con una potenza coinvolta di 13,4 GW e un valore stimato in circa 13,5 miliardi di euro. I nuovi progetti tornano ad essere la parte principale. Nonostante il 55% delle operazioni sia in Italia, l’88% della potenza è all’estero. Le nuove iniziative nazionali sono in sensibile ripresa rispetto al 2016, con 1,1 GW (400 MW l’anno precedente) e quasi 1,4 miliardi di euro. Ma non basta. Le acquisizioni registrano 64 operazioni e 2.165 MW, per un controvalore di 3,15 miliardi di euro. La tecnologia prevalente per numero di deal è il fotovoltaico (44%) seguito dall’eolico (20%) e dalla Smart Energy (12%). Il mercato secondario degli impianti in Italia si è dimostrato, infatti, ancora molto attivo, con oltre 1.140 MW scambiati, dei quali il 48% sono eolici e il 42% fotovoltaici. Si affacciano le prime iniziative di rinnovamento degli impianti che, pur pesando solo per l’1% delle operazioni, evidenziano una delle direttrici per il rilancio del settore.

Sul mercato Europeo, eolico e fotovoltaico, mostrano costi ancora in discesa  Le aste competitive hanno però portato a un rapido calo delle tariffe, che hanno ridotto i ritorni degli investimenti. L’effetto è stato in parte mitigato dalla ripresa dei prezzi elettrici, tornati a salire dopo anni di calo. Il costo medio dell’elettricità (Lcoe) dell’eolico di 44,2 euro/MWh, in lieve discesa rispetto al 2016, assicura buoni ritorni degli investimenti in quasi tutti i paesi.

Per il Sistema elettrico, invece la transizione verso una maggiore penetrazione delle rinnovabili pone quesiti sull’adeguatezza del sistema elettrico italiano. Mentre nel breve periodo, ovvero al 2025, non paiono esservi difficoltà, queste potrebbero emergere nel medio-lungo periodo (2030-40), quando l’invecchiamento del parco termoelettrico rischierà di rendere il sistema inadatto a soddisfare i fabbisogni. “Occorrerà fare qualche riflessione – sottolinea Marangoni – sull’adeguatezza del sistema elettrico nazionale, che nel medio-lungo periodo si potrebbe trovare a rischio shortage a causa dell’obsolescenza dei vecchi impianti termoelettrici, rendendo necessaria l’introduzione di accumuli in grado di accompagnare le rinnovabili”. Gli scenari futuri indicano che si dovranno aumentare gli investimenti nel rinnovamento del parco termoelettrico e nei sistemi di accumulo (batterie e pompaggi).

Il fattore di maggiore impatto, sarà la trasformazione digitale, sia sul lato della domanda che dell’offerta. Sulla spinta dello sviluppo di soluzioni Internet of Things, la cosiddetta Digital Energy, si modificheranno inevitabilmente le modalità di scambio, trasporto e consumo dell’energia. Le utility potranno ottimizzare la gestione complessiva, implementare modelli di business diversi e offrire nuovi servizi. Anche i consumatori potranno avere un ruolo più attivo nel sistema, evolvendo verso schemi di prosumer e comunità energetiche. Reti, edifici, città e mobilità sono alcuni dei principali ambiti applicativi della rivoluzione smart.

L’eneria del futuro è rappresentata al meglio dal biometano: “L’elettricità avrà un ruolo centrale nell’economia del futuro, ma la transizione energetica non sarà repentina, richiederà un adeguamento tecnologico che interesserà nei prossimi decenni produttori, industrie manifatturiere, reti distributive e consumatori. In questo scenario, il biometano offre una flessibilità senza pari, poiché consente di produrre gas ed elettricità rinnovabili, operando una funzione di cerniera tra le due reti”, dichiara Piero Gattoni, presidente del Cib, il Consorzio italiano biogas. “La programmabilità, riconosciuta dalla Sen, è uno dei maggiori punti di forza del gas rinnovabile – aggiunge Gattoni – che promette di raggiungere entro il 2030 volumi pari a 10 miliardi di Nm3, di cui 8 da matrici agricole, pari a circa il 15% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale. Inoltre, gli impianti di biogas e biometano sono altamente complementari con le altre rinnovabili, poiché consentono di assorbire i picchi produttivi delle Fer intermittenti (eolico e solare), e di trasformare l’energia elettrica in eccesso, quindi non stoccabile, in gas naturale rinnovabile, attraverso il processo di power-to-gas”.

La casa intelligente: la nuova attrazione nel mercato immobiliare

Cosa si intende per casa intelligente?

La “casa intelligente” è un ambiente progettato e attrezzato con apparecchiature e sistemi in grado di svolgere funzioni parzialmente autonome (secondo reazioni a parametri ambientali di natura fissa e prestabilita) o programmate dall’utente o completamente autonome, grazie alla DOMOTICA.

In moltissime nuove residenze, sono previsti sistemi, da remoto e da touchscreen a parete, in grado di controllare praticamente tutti i servizi. Questa dotazione offre maggior comfort e massima efficienza energetica grazie alla possibilità di monitorare i consumi, elettrici, di acqua e gestendo il funzionamento degli elettrodomestici. Complessi provvisti di questa tecnologia, non sono poi così costosi, vista l’esponenziale crescita della richiesta dei servizi di domotica degli ultimi anni.

Infatti per le “vecchie” abitazioni, non provviste di queste nuove tecnologie, avanzano sempre più richieste di preventivo: per gestire il riscaldamento, l’impianto elettrico, il sistema di sicurezza; per comandare da remoto varie aperture e chiusure come porte, cancelli, finestre. Non è necessario optare per un intervento integrale, partendo dal rifacimento dell’impianto elettrico tradizionale, ma è anche possibile scegliere di istallare singoli strumenti di domotica sull’impianto già presente nell’abitazione.

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Internet delle cose in città, ricavi a 62 miliardi nel 2026

La catena del valore delle imprese IOT si rivolge ormai quasi completamente al mercato tecnologie e servizi smart city. L’innovazione urbana è opportunità di business: soluzioni NB-IoT e LTE-M varranno 33 miliardi di dollari nel 2022.

Il panorama delle tecnologie e dei servizi smart city cresce e si amplia. L’introduzione negli ultimi anni dell’Internet of Things (IoT) ha incrementato il livello generale di innovazione tecnologica e aperto la strada all’integrazione delle nuove soluzioni per la trasformazione digitale (DX).

L’anno scorso i ricavi del segmento IoT per il mercato smart city sono ammontati a 25 miliardi di dollari. In base alle nuove stime ABI Research, nel 2026 il comparto dell’Internet delle cose per l’ecosistema urbano varrà approssimativamente più di 62 miliardi di dollari.

Il dato è stato calcolato a partire dall’utilizzo di diverse applicazioni smart city e delle tecnologie WAN (Wide Area Network), tra cui l’automazione dei sistemi di sicurezza, riscaldamento, illuminazione, idrici, ventilazione e altro degli edifici (Commercial building automation), i device di comunicazione di prossimità (digital signage), i sistemi intelligenti di trasporto (ITS), i chioschi digitali pubblici per l’informazione in tempo reale su quanto accade in città (punti di interesse culturale, mezzi di trasporto pubblico, circuiti museali, mostre, spettacoli, amministrazione pubblica e altro), i punti di ricarica per veicoli elettrici, i cestini dei rifiuti digitalizzati, interattivi e connessi in rete (smart bins), sensori ambientali (environment sensors), smart grid, soluzioni per facilitare i parcheggi (smart parking), illuminazione di nuova generazione e hot spot multiservizi (smart street lighting), reti di videosorveglianza, smart meters per l’energia elettrica, l’acqua ed il gas.

La catena del valore dell’Internet of Things si rivolge sempre più direttamente al mercato dei prodotti e dei servizi per la smart city – ha commentato Dominique Bonte, vicepresidente di ABI Research – e tutti i fornitori di tecnologie stanno rapidamente riposizionandosi, ottimizzando il proprio portfolio IoT per sfruttare il nuovo trend”.

I settori con le maggiori opportunità di business, secondo lo studio, sono e saranno quelli della sicurezza (fisica e virtuale), dei trasporti e della mobilità, dei servizi, dei big data e dell’analytics e dell’intelligenza artificiale.

Tra le soluzioni IoT più innovative e che sfruttano le tecnologie WAN in ambito urbano ce ne sono due in particolare: l’NB-IoT e l’LTE-M. Entrambe, secondo un nuovo Report pubblicato da Dell’Oro Group, potranno dar vita ad un mercato mondiale che in termini di vendite genererà ricavi per 33 miliardi di dollari nel 2022, più del doppio rispetto al dato dell’anno scorso.

La prima, NB-IoT o Narrow-Band Internet of Things, consente di utilizzare e sviluppare ulteriormente le applicazioni IoT sulle reti 4G e in prospettiva 5G. Parliamo di soluzioni e servizi come ad esempio i contatori intelligenti (smart meters) e la logistica, l’industria 4.0 e l’M2M, le smart grid e le auto connesse (connected cars), con la caratteristica di offrire un gran numero di terminali mobili, ampia copertura radioelettrica, bassi costi e consumi energetici, facilità d’uso, batterie più efficienti.

La seconda, l’LTE-M Long Term Evolution for Machines, è una tecnologia che viene implementata direttamente all’interno delle reti LTE, tramite un aggiornamento delle stazioni radio. È spesso descritta simile all’NB-IOT, ma con una minore estensione in termini di copertura di segnale, un consumo energetico maggiore e conseguentemente batterie con una durata minore.

Le 10 innovazioni che cambieranno per sempre le nostre case

A Bolzano dal 24 al 27 gennaio è in programma Klimahouse, la fiera internazionale del risparmio energetico. Dalla domotica al risparmio energetico, passando per i nuovi materiali eco-sostenibili

Le abitazioni del futuro si svelano a Bolzano, dove dal 24 al 27 gennaio è in programma Klimahouse, la fiera internazionale del risparmio energetico. Dalla domotica al risparmio energetico, passando per i nuovi materiali eco-sostenibili, l’innovazione in edilizia è qui.

Dieci startup internazionali si sfidano

Nel programma della quattro giorni altoatesina c’è anche il Klimahouse Startup Award, la seconda edizione del contest che promette di farci scoprire, e toccare con mano, la casa dei prossimi anni. Idee innovative a forti tinte green, sviluppate in centri di ricerca, giovani aziende e spin-off universitari: dalle mattonelle ricavate dai funghi alle finestre fotovoltaiche, passando per piccoli pannelli solari da balcone. I progetti finalisti sono dieci, selezionati tra 29, e provengono da Italia, Austria e Germania. La finalissima sarà il 26 gennaio.

Mogu è una startup di Varese che ha messo a punto delle mattonelle a base di funghi. Parola d’ordine: economia circolare. Significa che, al termine del proprio utilizzo, il prodotto può essere smaltito senza alcuna difficoltà perché compostabile. Da Biella arriva invece Ricehouse: paglia e lolla di riso – cioè “l’involucro” dei chicchi che viene eliminato durante la pulizia del riso – diventano utili in edilizia come materiali di costruzione, in virtù dell’efficienza energetica e acustica.

Niente sprechi

La produzione di energia pulita è l’altro grande tema di Klimahouse. E2T è un progetto austriaco proveniente dall’università di Graz che ha messo a punto un impianto fotovoltaico di piccole dimensione – “da balcone” – dotato di quattro pannelli solari in grado di restituire all’abitazione la stessa quantità di energia consumata. È invece italianissimo Glass to Power: la startup milanese, nata dalla costola dell’università Bicocca, progetta finestre fotovoltaiche. Gli infissi di casa, per molti l’incubo per via degli spifferi d’aria che lasciano passare, diventano fornitori di energia, grazie ai cosiddetti Concentratori Solari Luminescenti, lastre di plastica in grado di raccogliere la luce del sole.

Dal capoluogo lombardo arriva anche un progetto di pannelli fotovoltaici stampati su fogli di plastica, leggeri e riciclabili. La caratteristica del prodotto sviluppato da Ribes Tech è la sua flessibilità, una qualità che rende utilizzabili i pannelli anche in luoghi finora inaccessibili per i normali pannelli. Raggiungere i luoghi più inaccessibili del mondo, e alimentare aree dove sono in corso crisi umanitarie, è l’obiettivo dell’austriaca Nathal Energy. Acqua, elettricità,e calore: a fornirli sono i contenitori brevettati dalla startup di Villach, trasportabili anche via aereo.

 Home sweet home

Potere all’abitazione: due dei progetti finalisti, entrambi made in Italy, allo Startup Award riguardano la domotica, cioè le tecnologie applicate alle abitazioni. La modenese Mind affida ad algoritmi e sensori, gestibili tramite app sullo smartphone, il compito di gestire gli impianti della casa per creare l’ambiente più confortevole possibile. Da remoto, via telefono o tablet, è possibile controllare i dispositivi di casa grazie a Powahome, la startup di Roma che promette di impiegare due sole ore di tempo per rivoluzionare casa, inserendo un sistema di domotica negli interruttori già esistenti.

A proposito di materiali

Una cementizia performante amica dell’ambiente: è l’idea di Innovacrete, spin-off del Politecnico delle Marche. Da Monaco di Baviera arriva invece Kewazo, un meccanismo di gestione del montaggio dei ponteggi nei cantieri che consente di abbattere di un terzo i costi, quasi dimezzando i tempi, e di rendere più sicuro l’assemblaggio dei vari pezzi

Nel 2018 le aziende spenderanno 160 miliardi di dollari in cloud pubblico

Secondo IDC le industrie che spenderanno di più in servizi di cloud pubblico sono manifattura, servizi professionali e servizi bancari.

Secondo le previsioni di IDC la spesa mondiale per servizi e infrastrutture basati su cloudpubblico raggiungerà 160 miliardi di dollari nel 2018, con un incremento del 23,2% rispetto al 2017. Per i prossimi cinque anni la società di ricerca stima un tasso di crescita del 21,9% del mercato del cloud pubblico. Nonostante un previsto rallentamento degli investimenti, la spesa in servizi arriverà a un totale di 277 miliardi di dollari nel 2021.

Le industrie che spenderanno di più in servizi di cloud pubblico nel 2018 sono discrete manifacturing (19,7 miliardi di dollari), servizi professionali (18,1 miliardi di dollari) e il settore bancario (16,7 miliardi di dollari). IDC prevede inoltre che i settori process manufacturing e retail spenderanno più di 10 miliardi di dollari ciascuno in cloud pubblico nel 2018. Grazie al loro continuo investimento in soluzioni di cloud pubblico, saranno questi i cinque settori che traineranno la spesa fino al 2021.

Le industrie che vedranno la più rapida crescita delle spese nei prossimi cinque anni sono servizi professionali (24,4%), telecomunicazioni (23,3%) e settore bancario (23%).

Le industrie che stanno spendendo di più – discrete manifacturing, servizi professionali e servizi bancari – sono quelle che sono arrivate a riconoscere gli enormi benefici che si possono essere dal cloud pubblico“, ha dichiarato l’analista di IDC Eileen Smith. “Le aziende di questi settori stanno sfruttando i servizi in cloud pubblico per sviluppare e lanciare rapidamente soluzioni della terza Piattaforma, come Big Data, analytics e Internet of Things (IoT), che miglioreranno e ottimizzeranno l’esperienza del cliente e ridurranno i costi operativi”.

Nello specifico il software-as-a-service (SaaS) sarà la più grande categoria di cloud computing, e catturerà quasi i due terzi di tutta la spesa in cloud pubblico nel 2018.

Le spese SaaS, che comprendono applicazioni e system infrastructure software (SIS), saranno dominate dagli acquisti di applicazioni, che rappresenteranno oltre la metà di tutte le spese in servizi in cloud pubblico fino al 2019.

Le applicazioni ERM (Enterprise Resource Management) e CRM (Customer Relationship Management) vedranno la maggior spesa nel 2018, seguite da applicazioni collaborative e di contenuti.

Scendendo più in dettaglio, l’infrastructure-as-a-service (IaaS) sarà la seconda più grande categoria di spesa nel cloud pubblico nel 2018, seguita dal platform-as-a-service (PaaS).

La spesa IaaS sarà distribuita in modo abbastanza uniforme, con una spesa nei server leggermente più alta rispetto a quella nello storage“, ha aggiunto Smith. “La spesa PaaS sarà guidata dai software di gestione dei dati, che vedranno la crescita più rapida della spesa (38,1% CAGR) nei prossimi anni”.

Anche le spese in piattaforme applicative, middleware di integrazione e orchestrazione, applicazioni di accesso ai dati, analisi e distribuzione rimarranno ad alti livelli nel 2018 e oltre.

Dal punto di vista geografico gli Stati Uniti saranno il più grande mercato nazionale per i servizi di cloud pubblico nel 2018, con una previsione di 97 miliardi di dollari, pari a oltre il 60% della spesa mondiale. Regno Unito e Germania guideranno gli investimento in cloud pubblico in Europa occidentale, con 7,9 miliardi e 7,4 miliardi di dollari rispettivamente. Giappone e Cina completeranno i primi 5 Paesi nel 2018 con una spesa rispettivamente di 5,8 miliardi e 5,4 miliardi di dollari.

La Cina registrerà la crescita più rapida nella spesa in cloud pubblico nei prossimi anni (43,2% CAGR), arrivando a superare Regno Unito, Germania e Giappone nel 2021. L’aumento della spesa sarà particolarmente significativo anche in Argentina (39,4% CAGR ), India (38,9% CAGR) e Brasile (37,1% CAGR).

Fonti rinnovabili: dal 2018 devono coprire il 50%

Con l’arrivo del 2018 è necessario ricordare che si tratta dell’anno in cui viene sancito definitivamente l’ultimo step previsto in materia di risparmio energetico e sostenibilità, per l’edilizia: entra definitivamente in vigore l’obbligo di copertura da fonti rinnovabili per almeno il 50% del fabbisogno calcolato in fase di progettazione. La notizia va a completare definitivamente le previsioni presenti nel Decreto Legislativo 28/2011. Riepilogando in modo più completo il suddetto Decreto occorre precisare che la quota del 50% di copertura da fonti rinnovabili è vigente per le abitazioni private, mentre per gli edifici pubblici la quota prevista è del 55%, mentre la quota scende a 25 e 27,5% per gli edifici rispettivamente privati e pubblici situati in centro storico.

Detto in parole povere, soprattutto per i non addetti ai lavori del settore energetico/impiantistico, nei casi in cui si sia soggetti a tale normativa, si dovrà calcolare il valore di quanta energia necessiterà ogni unità immobiliare per la produzione di acqua calda per il riscaldamento e per uso sanitario; determinato tale valore, detto fabbisogno per usi termici, si dovrà installare un impianto alimentato da fonti rinnovabili in grado di garantire che con il loro utilizzo riescano a produrre più della metà del fabbisogno di energia di cui necessita l’immobile. Il fabbricato deve praticamente essere “sostenibile almeno a metà”.

Record negli investimenti rinnovabili mondiali. In Italia +15%

Eolico e solare trascinano in alto gli investimenti nelle rinnovabili e nelle tecnologie intelligenti. La Cina domina, mentre l’Europa perde terreno. Tra i nuovi mercati la maggiore crescita si registra in Argentina, Messico ed Egitto

Il 2017 è stato un altro anno d’oro per gli investimenti rinnovabili nel mondo. C’è la Cina, che con 132,6 miliardi di dollari nelle energie pulite si è ritagliata un primo posto irraggiungibile. C’è l’Argentina, che in un solo anno ha aumentato del 777 per cento la spesa per le fonti alternative. E c’è anche l’Italia che, a dispetto di un quadro economico e politico non facile, ha investito 2,5 miliardi, un più 15 per cento rispetto all’anno precedente.

In realtà a guardare i dati nel nuovo report annuale di Bloomberg New Energy Finance (BNEF) i numeri 2017 sono quasi tutti positivi. A cominciare dal totale investito, il più alto della storia: ben 333,5 miliardi di dollari, finiti soprattutto in progetti eolici e fotovoltaici.

Il dato è in aumento di “solo” il 3% rispetto al 2016, ma assume un valore ancora più profondo se si considera come i costi di capitale per le principali tecnologie rinnovabili stiano continuando a scendere (leggi anche Nel 2020 tutte le energie rinnovabili saranno competitive con le fossili). Basti pensare che in soli due anni, gli impianti fotovoltaici su scala utility hanno ridotto di un quarto i prezzi al MW.

Chi domina la classifica degli investimenti rinnovabili 2017?

Metà della crescita è dovuta solo alla Cina. La Repubblica Popolare ha stabilito un nuovo record nazionale sia in termini generali di investimenti rinnovabili 2017, che per le performance di crescita nel settore solare: 86,5 miliardi di dollari destinati esclusivamente al fotovoltaico cinese, grazie ai quali la nazione ha installato 56 GW di nuova capacità (Leggi anche Fotovoltaico: la Cina supera i 110 GW di capacità solare). Uno dei motivi, come spiega Justin Wu, responsabile Asia-Pacifico per BNEF, è che “il costo del solare continua a scendere in Cina, e un numero sempre maggiore di progetti viene realizzato su tetti, parchi industriali o in altri luoghi da generazione distribuita. Questi sistemi non sono limitati dalla quota governativa (ogni stato ha delle quote massime di rinnovabili non programmabili che può installare durante l’anno)”.

Il secondo più grande paese investitore sono stati gli Stati Uniti, con 56,9 miliardi di dollari, in crescita dell’1% rispetto al 2016 nonostante il ciclone Trump. Trend al ribasso invece per l’Europa (-26%), dove i grandi segni meno davanti alle spese di Germania e Regno Unito non ce la fanno ad essere contrastati dai rialzi di Francia, Olanda, Italia, Svezia, Spagna e Austria. Rallenta anche il Giappone, mentre l’Australia, in barba al nuovo governo pro fossile, aumenta gli investimenti rinnovabili del 150%.

Ma è tra i mercati emergenti il vero movimento. Gli investimenti rinnovabili dell’Argentina sono cresciuti del 777% per cento (raggiungendo i 1,8 miliardi di dollari). Segue il Messico con più 516% (6,2 miliardi di dollari) e l’Egitto in crescita del 495% (2,6 miliardi).

Energia: il 35% è il nuovo obiettivo europeo per efficienza e rinnovabili

Ferrante (Kyoto Club): «Un passo avanti. Ma il Governo italiano latita». Greenpeace «Ancora troppo spazio ai biocombustibili»

Il Parlamento europeo ha approvato i nuovi obiettivi vincolanti a livello Ue che prevedono «un miglioramento del 35% dell’efficienza energetica, una quota minima pari almeno al 35% di energia da fonti rinnovabili nel consumo finale lordo di energia e una quota del 12% di energia da fonti rinnovabili nei trasporti entro il 2030.

Per raggiungere tali obiettivi, gli Stati membri dell’Ue «sono invitati a fissare le necessarie misure nazionali, che saranno monitorate secondo le nuove regole sulla governance dell’Unione dell’energia».

Il 35% è l’obiettivo minimo richiesto dalle associazioni ambientaliste e dalle imprese delle rinnovabili ed è comunque un passo avanti rispetto al precedente obiettivo del 27% previsto dalla Commissione europea.

Secondo il vicepresidente del Kyoto Club, Francesco Ferrante, è «Il voto è positivo, ma attendiamo in Italia il decreto che normi procedure burocratiche e incentivi. Il governo italiano latita. Dopo avere emanato una Strategia energetica nazionale troppo timida su questo punto (solo il 28% al 2030) non sta facendo il suo dovere: emanare cioè il decreto che si attende dalla fine del 2016 che normi gli incentivi, le semplificazioni burocratiche, i contingenti da mettere ad asta delle fonti rinnovabili non fotovoltaiche e riapra i registri per gli impianti più piccoli. La proroga continua della misura sulle rinnovabili crea confusione e getta le imprese del settore nell’incertezza, contribuendo alle mancate occasioni di sviluppo e di lavoro all’intero sistema Paese. La strada invece dovrebbe essere una e una sola per l’Italia e per l’Europa: per rispettare gli accordi di Parigi bisogna scommettere sulle rinnovabili che grazie all’innovazione tecnologica hanno costi sempre più bassi e competitivi nei confronti dei fossili e spingere su autoproduzione e autoconsumo».

Un giudizio sostanzialmente positivo arriva anche da Sebastian Mang di Greenpeace Eu: «Il Parlamento ha giustamente riconosciuto che l’Ue deve aumentare la quota di rinnovabili se vuole rispettare i suoi impegni sul clima, ma avrebbe dovuto mantenere il focus sulle soluzioni reali, e non su quelle false come i biocombustibili. Nonostante molti governi europei stiano tenendo ancorati i propri Paesi a nucleare e carbone, invece di puntare sulle rinnovabili, il Parlamento sostiene fermamente il diritto dei cittadini di ottenere e vendere energia prodotta dal sole e dal vento».

Per quanto riguarda l’efficienza energetica, gli europarlamentari precisano che l’obiettivo minimo vincolante del 35% – approvato con 485 sì, 132 no e 58 astensioni – e gli obiettivi nazionali indicativi saranno definiti «sulla base del consumo energetico previsto per il 2030 seguendo il modello PRIMES (simulando il consumo energetico e il sistema di approvvigionamento energetico nell’Ue). Il relatore per l’efficienza energetica, il socialdemocratico ceco Miroslav Poche, ha evidenziato che «L’efficienza energetica è una delle dimensioni chiave della strategia dell’Unione dell’energia. Una politica ambiziosa in questo settore contribuirà a raggiungere i nostri obiettivi climatici ed energetici e ad aumentare la nostra competitività. È anche uno dei modi migliori per combattere la povertà energetica in Europa».

L’obiettivo vincolante del 35% per le energie rinnovabili è stato approvato con 492 voti favorevoli, 88 contrari e 107 astensioni e gli eurodeputati affermano che «Nel 2030 la quota di energie rinnovabili deve essere pari al 35% del consumo energetico dell’Ue. Dovrebbero inoltre essere fissati obiettivi nazionali, dai quali gli Stati membri sarebbero autorizzati a discostarsi, a determinate condizioni, fino a un massimo del 10%». Il relatore per le rinnovabili, il socialista spagnolo Jose Blanco Lopez, ha dichiarato: «La Commissione europea era troppo timida nella sua proposta. Se l’Europa vuole rispettare gli impegni di Parigi, lottare contro il cambiamento climatico e guidare la transizione energetica, dobbiamo fare di più. Il Parlamento è stato in grado di raggiungere un ampio consenso a favore di obiettivi significativamente più elevati per il 2030. Siamo inoltre riusciti a rafforzare il diritto all’autoconsumo, a portare sicurezza e certezza agli investitori, ad aumentare l’ambizione di de-carbonizzare il settore dei trasporti, nonché i settori del riscaldamento e del raffreddamento. La de-carbonizzazione non è un freno alla crescita economica. Al contrario, è il motore della competitività, dell’attività economica e dell’occupazione».

Per quanto riguarda i carburanti per i trasporti, l’Europarlamento ha deciso che «Nel 2030, ogni Stato membro dovrà garantire che il 12% dell’energia consumata nei trasporti provenga da fonti rinnovabili. Il contributo dei biocarburanti cosiddetti di “prima generazione” (composti da colture alimentari e da mangimi) dovrà essere limitato ai livelli del 2017 con al massimo il 7% del trasporto stradale e ferroviario». Gli eurodeputati vogliono vietare l’utilizzo dell’olio di palma a partire dal 2021 e sottolineano che «La quota dei biocarburanti avanzati (che hanno un impatto minore sull’uso del suolo rispetto a quelli basati sulle colture alimentari), dei carburanti rinnovabili per i trasporti di origine non biologica, dei combustibili fossili a base di rifiuti e dell’elettricità rinnovabile dovrà essere pari almeno all’1,5% nel 2021, con un aumento fino al 10% nel 2030». Ma Greenpeace lamenta il fatto che «Nonostante i passi in avanti sul target rinnovabili, il Parlamento europeo continua però a sostenere il continuo ricorso in Ue ai biocombustibili. La proposta del Parlamento, ad esempio, consentirebbe agli Stati membri di bruciare interi alberi, abbattuti per essere sfruttati a fini energetici e raggiungere gli obiettivi sulle rinnovabili. Questo nonostante gli scienziati concordino sul fatto che aumenterebbero le emissioni per decenni, contribuendo in modo significativo al degrado delle foreste».

Del nuovo “pacchetto energia” fa parte anche un altro impegno che riguarda i veicoli elettrici: «Entro il 2022, il 90% delle stazioni di rifornimento lungo le strade delle reti transeuropee dovrà essere dotato di punti di ricarica ad alta potenza».

L’Europarlamento ha affrontato anche un altro tema energetico controverso: quello delle biomasse e ha deciso che «I regimi di sostegno alle rinnovabili derivanti dalla biomassa devono essere concepiti in modo tale da non incoraggiare un uso inappropriato della biomassa ove esistano impieghi industriali o materiali che offrono un valore aggiunto più elevato, in quanto il carbonio catturato nel legno verrebbe liberato se fosse bruciato per riscaldamento. Per quanto riguarda la produzione di energia, occorre pertanto dare priorità alla combustione dei rifiuti di legno e residui».

Importanti novità anche per l’autoconsumo e comunità energetiche: il Parlamento europeo «vuole garantire che i consumatori che producono energia elettrica nei loro edifici (autoconsumo) abbiano il diritto di consumarla e di installare sistemi di stoccaggio senza dover pagare oneri, canoni o imposte». Gli eurodeputati sanno bene che la cosa non piacerà alle grandi imprese energetiche e per questo il mandato negoziale chiede agli Stati membri di «valutare gli ostacoli esistenti all’autoconsumo di energia prodotta nei territori dei consumatori, di promuovere tale consumo e di garantire che i consumatori, in particolare le famiglie, possano aderire alle comunità delle energie rinnovabili senza essere soggetti a condizioni o procedure ingiustificate». Uno studio redatto da CE Delft e diffuso da Greenpeace nel 2016 mostra come, con il giusto supporto, metà dei cittadini dell’Unione europea potrebbe autoprodurre energia da fonti rinnovabili entro il 2050, coprendo circa il 50% della domanda elettrica dell’Ue. Le compagnie elettriche fornirebbero invece il resto dell’elettricità rinnovabile di cui ci sarebbe bisogno.

Il Parlamento europeo ha anche approvato, con 466 voti favorevoli, 139 contrari e 38 astensioni, una  risoluzione sulla governance dell’Unione dell’energia che prevede che «ogni Stato membro deve notificare alla Commissione europea  un piano nazionale integrato per l’energia e il clima entro il 1° gennaio 2019 e, successivamente, ogni 10  anni. Il primo piano deve coprire il periodo dal 2021 al 2030. I piani successivi devono coprire il periodo di 10 anni immediatamente successivo alla fine del periodo coperto dal piano precedente. La Commissione dovrebbe valutare i piani nazionali integrati per l’energia e il clima e formulare raccomandazioni o adottare misure correttive qualora ritenesse che i progressi compiuti siano insufficienti o che siano state adottate azioni insufficienti».

Secondo la correlatrice per la governance, la verde francese Michèle Rivasi, «Il Parlamento europeo ha assunto una posizione storica, conforme e coerente con gli impegni dell’UE sul clima. È la prima volta che la legislazione europea ha elaborato, in particolare, un obiettivo Ue per le energie rinnovabili del 35% e un obiettivo per l’efficienza energetica del 35% ntro il 2030, una strategia per il metano e obblighi di lotta contro la povertà energetica. Questa politica contribuirà a sviluppare un’autentica indipendenza energetica, a creare posti di lavoro e a garantire investimenti sicuri. Oltre ad essere coerente, la proposta sulla governance fornisce una piattaforma per il dialogo tra la società civile, le autorità locali e i governi. Questa trasparenza sarà necessaria per affrontare la lobby degli oligopoli dell’energia. Un interesse deve prevalere su tutti gli altri: il futuro del pianeta e dei suoi abitanti!». L’altro correlatore per la governance, il verde lussemburghese Claude Turnmes, ha aggiunto: «Dopo l’accordo molto debole raggiunto dal Consiglio in dicembre sul pacchetto Energia pulita sono orgoglioso che il Parlamento oggi abbia contribuito a ripristinare la credibilità dell’Unione europea sul clima. Una maggiore ambizione sulle energie rinnovabili, sull’efficienza energetica e un solido sistema di governance basato su un approccio sul bilancio del carbonio contribuiranno alla realizzazione di un’economia a zero emissioni di carbonio entro il 2050 e al rispetto dell’accordo di Parigi. Il Parlamento dimostrerà un fronte unito quando avvierà i negoziati con il Consiglio».

I negoziati tra Parlamento, Commissione e Consiglio Ue potranno iniziare immediatamente, visto  che il Consiglio ha approvato i suoi orientamenti generali sull’efficienza energetica il 26 giugno e sulle energie rinnovabili e la governance dell’Unione dell’energia il 18 dicembre. Ma Greenpeace Eu ricorda che «I ministri dell’Energia, che avevano raggiunto il loro accordo preliminare sul pacchetto completo di riforma energetica lo scorso 18 dicembre, hanno sin qui sostenuto controverse sovvenzioni per carbone, nucleare e gas e hanno indebolito le proposte per consentire a famiglie, cooperative e municipalità di produrre e vendere la propria energia rinnovabile».