Così l’internet delle cose migliorerà le nostre vite

C’è il frigorifero intelligente, la macchina che si guida da sola, la domotica che consente di gestire la casa da uno smartphone. C’è tutto questo ma anche molto altro nel nostro futuro. Come la possibilità di personalizzare l’utilizzo di strumenti già diffusi da più di un secolo come l’energia elettrica o la bicicletta. Reinventandoli alla luce delle nuove tecnologie.

Il mondo “connesso” è solo agli inizi: molte delle innovazioni che ieri sembravano sogni sono già presente, quelle che oggi ipotizziamo arriveranno domani e quelle che ancora non immaginiamo le scopriremo prima di quanto pensiamo.Più che di case o città intelligenti si dovrà parlare di società smart, perché quasi ogni ambito delle nostre vite sarà rivoluzionato dalle potenzialità della connettività estrema.

Si stanno gettando le basi per il 5G, per arrivare a creare la “Gigabit society” che avrà un impatto positivo sull’ economia e sullo stile di vita delle persone. Si svilupperanno reti sempre più intelligenti per case ed edifici connessi, smarthome, servizi di e-health ed e-education basati sulla realtà virtuale, automobili connesse e virtual shopping. L’IoT (Internet of Things – Internet delle Cose) permetterà, grazie all’impiego della Rete, un’interazione continua tra persone, oggetti e l’ambiente che ci circonda. E ognuno di questi passaggi determina un’amplificazione di dieci volte delle potenzialità di connessione.

LA CONNETTIVITÀ
«Questa trasformazione digitale ha tre elementi alla base», ci racconta Enrico Bagnasco, responsabile Innovation di Tim. «Innanzitutto una connettività sempre più diffusa e disponibile per far “parlare” tra loro gli oggetti del nostro quotidiano. In secondo luogo una miniaturizzazione dei device per realizzare sensori poco invasivi, piccoli e con batterie della durata di diversi anni. In ultimo una capacità sempre maggiore di elaborare i dati, i cosiddetti big data, che ci consentirà di realizzare soluzioni al servizio dei clienti, delle aziende e della pubblica amministrazione». Pensare a elettrodomestici intelligenti non significa solo un frigorifero in grado di dirci sullo smartphone quali ingredienti manchino per una ricetta o quando scada il latte, ma la possibilità di fornire in modo sicuro e criptato i dati di utilizzo degli stessi così da dare alle aziende produttrici la chance di studiare come migliorarli sul piano dell’efficienza, anche energetica. Non solo: ogni volta che salta la luce perché abbiamo acceso più elettrodomestici ad alto consumo contemporaneamente, come lavatrice, lavastoviglie o forno, sarà possibile chiedere al nostro operatore un supplemento di energia elettrica per il tempo necessario. Grazie ai nuovi contatori intelligenti sarà sufficiente un ordine da remoto per passare, per esempio, da 3 a 4,5 kilowatt per un paio d’ore. Ma la rivoluzione riguarderà le intere città, dando la possibilità alle amministrazioni pubbliche di gestire il traffico o il verde urbano, con significativi impatti sull’ inquinamento acustico e dell’aria e sul risparmio di risorse economiche. Le luci dei lampioni potranno essere regolate rispetto all’ora del giorno, al clima atmosferico o alla presenza di automobili. I parchi potranno essere mantenuti con maggiore precisione e cura e i mezzi pubblici regolati in base alle necessità dei cittadini. Per non parlare di servizi come il bike sharing: l’utente potrà ottimizzare il proprio percorso sulla base del traffico ma anche dello smog, monitorato in tempo reale, per evitare zone troppo congestionate e inquinate.

CONTENUTI DIGITALI
Per fare tutto questo sarà necessario avere città sempre più connesse sia da un punto di vista della capillarità sia della larghezza di banda. E la più grande azienda italiana di telecomunicazioni si sta muovendo da tempo. «Naturalmente la connettività è il nostro presidio storico, abbiamo già avviato il 5G a Torino, Bari, Matera oltre a San Marino primo stato in Europa e tra i primi al mondo. Nel 2018 realizzeremo già le prime sperimentazioni», prosegue Bagnasco, «ma c’è anche un lavoro continuativo che ha l’obiettivo di creare un ecosistema digitale, con tutti i migliori player del settore, dove vogliamo giocare un ruolo da protagonisti». Oggi il mondo che più sta sfruttando, per non dire trainando, la connettività di nuova generazione è quello del multimedia associato a smartphone e tablet,che si tratti di giochi,video o musica. E continuerà a essere così.

L’obiettivo per il futuro è garantire da mobile una visione fluida di filmati in 4K, una qualità di definizione doppia rispetto all’attuale HD, e l’utilizzo da remoto di recenti innovazioni come la realtà virtuale e la realtà aumentata. Potenzialità fruibili con il 5G, anche se già il 4G consente di vedere film e serie tv ad alta definizione con eccellenti risultati. E per questo Tim mette già a disposizione soluzioni personalizzate in base alle esigenze dei clienti: si va da TimVision, la tv on demand con oltre 10mila titoli tra film e serie tv anche in esclusiva, a TimMusic, la piattaforma per la musica in streaming con 25 milioni di brani, a TimGames, per giocare direttamente da smartphone sia in streaming sia in download. E poi c’è la novità di Tim Show, che offre gratuitamente per un anno ai clienti mobili le migliori playlist di Tim Music senza consumare il traffico dati, i giochi di Gameloft, le serie tv di Studio+ e notizie dall’Italia e dal mondo, tutto a portata di app.

Per quanto riguarda la connettività, Bagnasco spiega che «se oggi con il 4G arriviamo ad alcune centinaia di megabit al secondo, con il 5G si passerà ad una capacità di trasmissione fino a decine di gigabit al secondo, con prestazioni dieci volte superiori a quelle attuali. I sensori connessi, invece, potranno essere fino ad alcuni milioni per chilometro quadrato. L’idea è che qualunque cosa sia connessa». Oltre alla casa e alla città, c’ è anche il mondo delle imprese: sono allo studio, per esempio, sedie che sappiano capire come è seduto il lavoratore così da suggerirgli come modificare la postura. Con l’agricoltura di precisione sarà possibile irrigare in modo mirato, all’ ora e solo nel punto necessario.

LE NUOVE AZIENDE
E anche la moda e il lusso potranno beneficiare di questa estesa connettività, assicurando che il prodotto sia originale e tracciabile in caso di furto.

Per non parlare delle applicazioni nel mondo dello sport: dalle prossime Olimpiadi di Tokyo 2020 potremo sfruttare in diretta la realtà virtuale per vedere le gare di atletica da bordo pista. TimVision le trasmetterà insieme a quelle invernali del 2018 in Corea del Sud. Potremo vederle seduti sul divano.

Internet of Things, il Natale 2017 è quello della smart home

Lampadine, telecamere, serrature e pulsanti, ma anche robot aspirapolvere e da cucina, termostati e impianti audio: anno dopo anno, le applicazioni concrete della cosiddetta Internet of Things nelle nostre case (e nelle nostre vite) sono sempre maggiori.

Semplificando, parlare di Rete delle Cose vuole dire parlare di oggetti di uso comune che hanno la possibilità di collegarsi al Web (in questo caso, attraverso il wifi dell’abitazione) e da qui, per mezzo di siti o app dedicati, ai nostri smartphone e dunque a noi.

Le “compra e dimentica”
I primi dispositivi di uso comune che hanno fatto uso della IoT sono stati senza dubbio le lampadine smart, in grado di accendersi da sole a orari programmati, quando tramonta il sole, all’ora della sveglia, quando suona una certa canzone o appunto quando si preme un pulsante sul telefonino. Sino a qualche anno fa, Philips dominava il mercato con le sue Hue, disponibili in vari colori e kit (con uno o più punti luce, per esempio) e prezzi online scesi a circa 70 euro . Un ribasso molto probabilmente favorito dall’arrivo sul mercato di Ikea, che con le sue Tradfri ha reso questi dispositivi più avvicinabili, pur con i difetti che abbiamo riscontrato nella nostra prova la scorsa primavera. Entrambe sono installabili e configurabili semplicemente da soli.

Un altro oggetto “intelligente” che si può comprare, portare a casa, collegare al wifi e usare subito senza eccessive complicazioni è la telecamera, che si può sfruttare per tenere d’occhio dal telefonino l’abitazione, magari quando si è in vacanza, oppure quotidianamente per controllare che il nostro amato amico a 4 zampe non ci faccia a pezzi il divano… Ce ne sono di tutte le marche e i prezzi, da meno di 30 agli oltre 300 euro, come conferma una rapida ricerca su Amazon . A metà novembre, Il Secolo XIX ha provato la Netatmo “Welcome”: qui potete vedere (per davvero) com’è andata .

Ancora più semplice (non a livello di progettazione, ma di “compra, porta a casa, accendi e dimentica”) è il robot pulitore, reso celebre qualche anno fa dall’allora pionieristica Roomba: le ultime versioni sono in grado non solo di “mappare” le varie stanze così da pulirle più efficacemente, ma pure di collegarsi al wifi domestico e da qui al vostro smartphone per ricevere istruzioni anche quando nell’abitazione non c’è nessuno. I prezzi al momento sono ancora alti: senza arrivare ai quasi 500 euro del Botvac D3 Connected , un buon compromesso può essere il Mi Robot di Xiaomi , che in Rete si riesce a trovare a meno di 300 euro.

Fra gli oggetti smart “fai-da-te”, infine, non possono mancare quelli che forse più di tutti rappresentano la Rete applicate a cose che senza connessione non avrebbero alcuna funzione: gli Amazon Dash Button. Sono piccoli bottoni da applicare in varie zone dell’abitazione: dopo averli posizionati, si abbina alla pressione un’azione (foto: come si fa) , cioè l’acquisto di un prodotto, che siano biscotti, carta igienica, caffè, detersivo o altro. Quando le “scorte” stanno per finire, si preme e l’oggetto desiderato arriva a casa. Il Secolo XIX li ha provati nel novembre del 2016 , quando sono stati messi in vendita in Italia.

Quelle da far installare agli esperti
Sin qui, le “smart things” alla portata più o meno non solo di tutte le tasche, ma anche di tutte le persone: si comprano, si portano a casa, si configurano ed è fatta. Ce ne sono altre, però, capaci davvero di rivoluzionare la nostra vita domestica, per la cui installazione è quasi sempre il caso di farsi aiutare. Innanzi tutto, il termostato intelligente, capace di imparare le nostre abitudini, di capire quando siamo in casa oppure no, anche di prevedere le condizioni meteorologiche all’esterno e di regolare l’accensione dei caloriferi di conseguenza: il più raffinato, completo (e pure bello da vedere) è senza dubbio il Nest , che in Italia costa poco meno di 250 euro .

Poi, le serrature: possono aprire o chiudere la porta di casa da remoto e in abbinamento con un altrettanto “intelligente” spioncino, pure di tenere d’occhio dallo smartphone quello che accade all’esterno. Ce ne sono tanti modelli, di marche, prezzi e funzioni diverse: Danalock, lo spioncino di Skybell, presto arriverà Amazon Key, per permettere ai corrieri di aprire, fare la consegna e richiudere… ma prima di scegliere è importante capire se davvero si ha abbastanza fiducia nella tecnologia da permetterle di gestire per noi l’accesso alla nostra abitazione. Anche in questo caso, comunque, conviene chiedere aiuto a un installatore per il montaggio.

L’ostacolo? Il wifi di casa
Non è finita, perché il “catalogo” della Rete delle Cose è fatto di tanti altri oggetti: robot da cucina in grado di inviare allo smartphone la lista degli ingredienti per la ricetta che avete impostato la sera prima, sistemi audio, rilevatori di fumo, televisori, frigoriferi con display e (in futuro) la capacità di accorgersi quando il latte sta finendo e ordinarlo online e molto altro ancora. Prima di comprare tutto, però, meglio verificare con il proprio operatore se il wifi di casa è in grado di gestire contemporaneamente due telefoni cellulari, due computer, due televisori, una console per videogiochi, 8 lampadine, un robot per pulire, il termostato e pure il frigo. Altrimenti, altro che smart home…

La smart home varrà 120 mld di dollari nel 2022

Il termine Smart Home è diventato di uso assai comune e molti, ormai, sono i device che quotidianamente ci aiutano a rendere la nostra casa sempre più domotica e intelligente. Basti pensare alla diffusione delle lampade comandate attraverso le app, ai sistemi di allarmi elettronici o alle telecamere con connessione Wi-Fi che ci aiutano a sorvegliare la casa durante la nostra assenza.

Una diffusione che ha portato anche problemi di sicurezza mondiale, perché tutti questi device sono costantemente collegati alla rete e possono essere utilizzati dagli hacker informatici per sferrare attacchi via internet.

Da un whitepaper pubblicato dalla Gsma (GSM Association) insieme con Z-Wave Alliance, dal titolo “Smart home strategies that pay off: Takeaways from examples of early success for telcos and service providers”, si evince che, mentre l’adozione da parte dei consumatori di prodotti e servizi per la casa intelligente è cresciuta costantemente in tutto il mondo, per ora da parte del mercato di massa non si è ancora vista una vera massiccia adozione.

Le stime suggeriscono che le entrate, derivanti dal mercato globale delle case intelligenti, potrebbero valere fino a 121,73 miliardi di dollari entro il 2022.

Il Nord America detiene la quota maggiore del mercato; e si intravede ancora ampio spazio per un’ulteriore crescita. Gli Stati Uniti hanno registrato una sostanziale crescita anno su anno del numero di case collegate e questo dovrebbe continuare.

L’Europa sta seguendo il Nord America, come anche la regione Asia-Pacifico (APAC), e vedranno una significativa crescita nei prossimi anni, tanto che il mercato europeo delle case intelligenti raggiungerà i 15,28 miliardi di dollari entro il 2020, mentre l’APAC un valore di 9,28 miliardi di dollari, sempre entro il 2020.

Tuttavia, fattori come i progressi nella tecnologia Internet of Things (IoT), una maggiore accessibilità, una crescente consapevolezza dei casi e dei vantaggi legati all’uso domestico e le preoccupazioni sul consumo energetico, sulla sicurezza e sull’invecchiamento della popolazione ci stanno avvicinando al punto critico.

Il mercato della Smart Home offrirà un’opportunità per una gamma di fornitori di servizi come società di sicurezza, compagnie telefoniche o compagnie di assicurazioni, che condividono una serie di caratteristiche cruciali, tra cui una relazione consolidata con una vasta base di clienti, la reputazione del marchio di lunga data e la fiducia dei consumatori.

Il whitepaper, infine, sottolinea come coloro che capiranno e offriranno la giusta proposta per i propri clienti saranno in grado di creare ulteriori opportunità di guadagno e riusciranno ad incentivare, per un periodo prolungato, la fidelizzazione dei clienti

Da questi dati si capisce come la Smart Home sarà una grande occasione per il futuro, in quanto diventerà sempre più presente nel mercato di massa, portando, per molti settori economici, una sostanziosa opportunità di business.

La domotica si fa spazio in casa e… sotto l’albero

La domotica piace sempre più agli italiani, persino come regalo di Natale. Studi e ricerche comprovano questa tendenza che si riscontra anche a livello globale.

La domotica sotto l’albero di Natale. È solo l’ultima tendenza di mercato che comprova quanto piacciano le tecnologie per rendere più smart la casa degli italiani. Oltre che essere un popolo di santi, poeti e navigatori siamo infatti anche amanti dell’hi-tech: termostati intelligenti, smart bulb, impianti di videosorveglianza IP, sono alcuni tra i doni più graditi da quanto emerge da uno studio di Avvenia, società specializzata nell’efficienza energetica, e Visa.

Secondo il campione sondato, i prodotti tecnologici si posizionano al primo posto, con il 38% delle preferenze degli italiani. E tra questi ci sono, appunto, i sistemi di domotica.

Domotica e preferenze

A confermare il trend c’è anche la recente analisi svolta dal portale ProntoPro.it sulle richieste legate al mondo dell’automazione domestica: balza all’occhio che il 30% delle richieste di installazione siano rivolte a impianti di videosorveglianza e d’illuminazione.

Seconda per preferenze (14%), l’automazione, specie con gestione da remoto, di porte, cancelli, finestre e altri dispositivi analoghi. Al terzo gradino del podio (13%) ci sono le richieste in materia di risparmio energetico derivanti dalla gestione attenta del riscaldamento. Oltre al riscaldamento ci sono le richieste dl’installazione di impianti domotici per la climatizzazione (11%).

A questi segue l’interesse a installare soluzioni di:
automazione di tapparelle e tende da sole (9%), sistemi smart home completi (9%), integrazione domotica riguardante anche apparati audio/video (8%), sistemi domotici per il giardino (5%)

A questo proposito è bene ricordare la leva degli ecobonus: le detrazioni fiscali al 65% riguardano, infatti, anche le soluzioni di home automation.

Smart home: un mercato che cresce in tutto il mondo

L’alto gradimento riscontrato in Italia è un trend confermato anche a livello globale. Secondo una ricerca di Markets and Markets, riportata in sintesi da PR Newswire relativa al mercato della smart home segnala che esso ha raggiunto i 54,97 miliardi di dollari nel 2016, ma evidenziando un tasso annuale di crescita composto (CAGR) stimato al 13,61% tra il 2017 e il 2023; tale mercato si prevede raggiungerà i 137,91 miliardi di dollari da qui al 2023.

La crescita di questo mercato può essere attribuita ai progressi tecnologici in ambito IoT, alla crescente necessità di sicurezza registrata tra i consumatori e l’aumentata necessità di risparmio energetico e di soluzioni che possano contribuire a ridurre le emissioni di CO2, segnala la società di analisi.

Il mercato più forte si conferma il Nord America principalmente a causa della crescente domanda di sistemi di gestione energetica domestica e di sicurezza e la popolarità in aumento relativa all’integrazione di dispositivi intelligenti come tablet e smartphone tra le soluzioni smart home. Ma è il mercato Asia-Pacifico quello destinato a evidenziare il più alto CAGR nel periodo 2017-2023. Un aumento dovuto, tra l’altro, al miglioramento degli standard di vita e alla crescente urbanizzazione che ha portato a infrastrutture tecnologiche sempre più complesse. Inoltre, va considerato anche l’aumento del numero di nuovi progetti residenziali sempre più votati alla performance energetica.

La smart lighting è la fetta più cospicua della quota di mercato nel 2016, grazie alla capacità di controllo dell’illuminazione e alla sua importanza nel ridurre il consumo di energia elettrica nelle abitazioni grazie all’utilizzo di sensoristica. Ma è tutto il comparto dei dispositivi smart home a essere previsto in sensibile aumento tra il 2017 e il 2023.

Due fratelli alla conquista della domotica low-cost

L’idea è semplice ma ha convinto l’acceleratore dell’Università Luiss di Roma (il Luiss Enlabs, creato in collaborazione con il fondo LVenture): un sistema che in poche ore e senza lavori di ristrutturazione trasforma qualunque abitazione in una casa domotica, facendo controllare gli interruttori elettrici da una app. Eppure, PowaHome – la start-up avviata da due fratelli pugliesi, Michele e Pasquale Longo (entrambi hanno meno di trent’anni), fa notizia per un altro motivo: in meno di sei mesi di accelerazione è riuscita a vendere, mettendolo già sul mercato, un prodotto funzionante e certificato. Nel panorama start-up, la capacità di fare “cassa” iniziando a vendere ciò che si produce in breve periodo non è scontata. Troppo spesso le neo-aziende restano incastrate nei processi di incubazione e accelerazione, mantenendosi in piedi grazie agli investitori ma senza essere in grado di camminare con le proprie gambe.

«Come tanti italiani sognavamo di avere una casa intelligente e smart ma oggi per ottenerla devi affrontare lunghi e costosi processi di ristrutturazione – spiega a La Nuvola Pasquale Longo, 29 anni e attualmente amministratore della start-up – L’idea di un sistema di domotica low cost ci è venuta grazie a una esperienza diretta. Volevamo rendere smart ciò che avevamo già a disposizione, il modem per la connessione Internet: c’è venuto il pallino di farlo comunicare in modo controllato con l’impianto elettrico di casa direttamente da una app sul nostro telefono. Quindi abbiamo pensato a un mattoncino hardware che si applica direttamente e fa parlare il sistema elettrico con gli oggetti che vogliamo controllare».

Quando serve l’acceleratore Fin qui, tutto chiaro: ma come molti startupper alle prime armi anche Pasquale e Michele non avevano idea di come procedere per far decollare il proprio business. Il loro è uno di quei rari ma felici casi in cui l’acceleratore fa il proprio dovere. «Siamo entrati nel programma di accelerazione a giugno e nel percorso abbiamo imparato, ad esempio, ad allargare il nostro tipo di mercato – spiega Pasquale – Noi pensavamo e pensiamo al progetto per i complessi residenziali ma i consulenti ci hanno aiutato a mettere a fuoco un altro segmento: quello degli hotel, delle strutture commerciali insomma tutti quei complessi che hanno bisogno di controllare sistemi di illuminazione e molto altro ma devono farlo in modo facile, senza ristrutturare».

Qualche cifra Il duo, che ha studiato ingegneria e architettura al Politecnico di Torino, con appena 30 mila euro di prefinanziamento ottenuto grazie al programma romano è riuscito in cinque mesi a ottenere le certificazioni per vendere il prodotto in tutta Europa. Da novembre ha aperto un nuovo round di investimento per accogliere (e raccogliere soldi da) nuovi finanziatori: la domotica è un mercato che dovrebbe valere circa 72 miliardi di euro entro il 2020 a livello globale e servizi aggiuntivi e integrativi come quelli di PowaHome serviranno anche ai colossi del comparto, tra cui Amazon e Google, che i sistemi di domotica li creano ma non potranno adattare in modo economico e accessibile case e strutture esistenti ai criteri altamente tecnologici delle loro invenzioni. Senza contare che per l’installazione di app e hardware per il controllo del frigorifero, del riscaldamento, delle luci serviranno tecnici e assistenti con creazione di nuovi posti di lavoro.

Per conquistarsi un posto in questo mondo, però, serve molto sacrificio. «Questi sei mesi sono stati davvero impegnativi – racconta ancora Pasquale – Entriamo in ufficio verso le nove la mattina e non usciamo prima delle dieci-mezzanotte. Non esistono ferie, non esistono sabati e domeniche e ogni volta che non ti dedichi all’azienda ti senti in colpa perché pensi di non fare abbastanza per una creatura che è tua. Ho letto una frase tempo fa che spiega bene il senso di tutto questo». E sarebbe? «Fare start-up è come lanciarsi da una montagna e costruire l’aereo mentre stai cadendo: ecco è la sensazione che provo ogni giorno, perché ogni giorno c’è una sfida e devi trovare la soluzione per vincerla».

Nasce a Torino l’Internet of Things facile da programmare

Il Politecnico della città sabauda ha messo a punto Eupont, una tecnologia che permette di creare interfacce di programmazione degli oggetti IoT molto semplici e intuitive. Con esse gli oggetti “intelligenti” sapranno adattarsi in automatico agli utenti.

Un termostato smart che “riconosce” il padrone di casa e che imposta la temperatura a lui gradita per accoglierlo al suo rientro. Oggetti come questo, da Nest in poi, non sono più fantascienza ma il mondo dell’Internet of Things resta ancora oggi tappezzato di sfide da vincere. Una è quella delle interfacce, che sempre più dovranno diventare se non “trasparenti”, almeno intuitive e facili da utilizzare. L’approccio oggi più usato nella programmazione è il cosiddetto “if-this-then-that”, cioè quello che associa una circostanza a una conseguenza, con un legame causa/effetto. Questo metodo ha però dei limiti, come il fatto di dover prevedere delle istruzioni piuttosto specifiche e di doverle impostare per ciascun oggetto connesso di una rete domestica. Per esempio, con l’Ifttt non si possono creare regole generiche del tipo “Se un elettrodomestico ha un guasto, mandami una notifica”, ma è necessario creare molte regole simili per ogni elettrodomestico; inoltre, gli utenti devono abilitare esplicitamente i servizi prima di poterli usare e ciò preclude la possibilità di interagire con servizi che la persona non conosce (per esempio, le app di trasporto intelligente di una smart city).

Il Politecnico di Torino sta lavorando in questo senso con un progetto che mira a realizzare sia le interfacce, sia il sistema di intelligenza artificiale, sia le infrastrutture che possano concretizzare nuovi sistemi di domotica e IoT più user-friendly e facilmente personalizzabili. Un primo frutto di questo lavoro è EuPont, una tecnologia (di cui ha parlato anche il magazine della Ieee Computer Society) messa a punto dal gruppo di ricerca del Dipartimento di Automatica e Informatica coordinato dal professor Fulvio Corno, da Luigi De Russis e da Alberto Monge Roffarello.

Si tratta di una sorta di “vocabolario” per la programmazione semantica, che permette agli utenti di raggiungere i propri scopi “con un minor numero di regole di livello più alto e adattabili a diversi contesti” e a oggetti e servizi IoT. Che cosa si intenda in merito alle “regole”, anche per i non addetti ai lavori, lo si capisce attraverso un primo esempio di piattaforma di programmazione realizzata sulla base di EuPont. YouRule, questo il nome della piattaforma, consente di programmare il funzionamento degli oggetti smart in modo semplice ma allo stesso tempo ottenendo risultati personalizzati sul singolo utente.

Tramite smartphone, interagendo con le classiche icone e voci di menu di un’app, diventa possibile definire una data regola che attiva un comportamento dell’oggetto connesso: per esempio, si può fare in modo che un termostato porti la temperatura di casa su un certo livello quando il telefonino dell’utente varca l’uscio. Una volta programmati i comportamenti che si desiderano ottenere, non sarà più necessario ripetere di volta in volta le istruzioni per determinare un risultato.

La Smart Manufacturing Revolution è alle porte

All’interno del panorama odierno, caratterizzato da un modello di vendita on-demand, il settore manifatturiero sta vivendo importanti cambiamenti per rispondere alle sempre più alte aspettative dei consumatori. Si tratta di una nuova realtà che il settore sta affrontando e chi non è in grado di integrare l’automazione e le tecnologie cosiddette smart rischia, in un prossimo futuro, di perdere la propria rilevanza e competitività sul mercato.

Secondo il Manufacturing Vision Study, recentemente pubblicato da Zebra Technologies, quasi i due terzi degli operatori del settore manifatturiero sta adottando tecnologie smart al fine di avere entro il 2022 stabilimenti interamente connessi. Nonostante questo cambiamento, oggi solamente il 43% dei produttori adotta tecnologie smart. Ad esempio il 62% degli operatori dichiara di usare carta e penna per tracciare importanti fasi della produzione, aumentando così il rischio di commettere errori. Secondo lo studio questo dato dovrebbe ridursi entro il 2022 fino ad arrivare ad 1 su 5.

Il passaggio verso tecnologie smart, a volte definite come Industrial Internet of Things (IIoT), abilita la visibilità in tempo reale e permette di prendere decisioni più efficaci lungo tutta la supply chain.

Al centro dell’IIoT c’è la modalità con la quale le aziende raccolgono e condividono i dati. La capacità di avere i dati immediatamente disponibili in cloud offre una visibilità senza precedenti che aumenta la performance operativa. Attualmente pochi produttori stanno sfruttando il potere dei propri dati: lo studio di Zebra mostra come solo il 27% stia già oggi raccogliendo dati dalla fase produttiva, dalla supply chain e dagli utenti.

Avere accesso istantaneo ai dati è fondamentale per operare in tempo reale quelle variazioni che assicurano che il processo produttivo si svolga senza problemi. Questo dà la possibilità di reagire al cambiamento dei bisogni dei consumatori, riducendo la necessità di stoccaggio ed eliminando eventuali punti critici. Infatti, il 50% dei produttori afferma che migliorare la loro capacità di adattarsi alle richieste del mercato in continuo cambiamento è una delle principali strategie di crescita del business.

Oltre ai dati, il passaggio ad un ambiente maggiormente automatizzato sta portando in primo piano le soluzioni basate sulla voce e sulla tecnologia RFID. Secondo lo studio di Zebra, il 51% dei produttori sta progettando di espandere l’uso delle tecnologie vocali nei prossimi 5 anni, mentre il 60% aumenterà l’uso del real-time location tracking per dare maggiore visibilità e crescita alle loro operazioni.

Lo stabilimento smart del futuro arriverà prima di quanto possiamo aspettarci. Adesso è il momento per il manifatturiero di iniziare a integrare le soluzioni per la visibilità negli stabilimenti in modo da aumentare la qualità, velocizzare la produzione e ridurre i costi

Edifici e quartieri interattivi per le smart city

Città sostenibili, intelligenti e umane. Da anni si sente parlare di smart city, sono impegnate le Pa sul fronte delle strategie, sono coinvolti i progettisti e le aziende che investono sull’innovazione dei concept e delle tecnologie, ma per trovare storie di successo, con edifici interattivi già in attività, che scambiano e beneficiano di infrastrutture e servizi con il quartiere c’è ancora tanta strada da fare, almeno in Italia. «Rileviamo un gap importante tra le politiche urbane e gli interventi di rigenerazione reali. Ci sono alcune iniziative private interessanti, ma sono episodi. In generale – conferma Paolo Testa, direttore Ricerche Cittalia e responsabile Osservatorio Smart City Anci – il ruolo dei Comuni si ferma alla definizione di regolamenti edilizi e non arriva a negoziare sugli interventi privati. Si aggiunga che manca una visione sui quartieri che sono la dimensione minima per poter avere un risultato tangibile.

In questo campo un caso d’eccellenza arriva dalla Norvegia. Powerhouse è una rete di collaborazione promossa dallo studio Snøhetta con il colosso delle costruzioni Skanska, l’Ong Zero specializzata nei temi ambientali, le aziende Sapa e Hydro attive nel mondo dell’alluminio, Asplan Viak con un’esperienza mirata sulle mappe e la digitalizzazione, e la Entra Eiendom per l’immobiliare. Sono loro i protagonisti del consorzio promosso per costruire edifici capaci di produrre più energia di quanta ne consumino nell’intero ciclo di vita del patrimonio immobiliare. Le ricadute sono misurabili: taglio delle bollette per gli utenti, migliore gestione dei beni da parte degli sviluppatori, abbattimento dei costi per chi propone soluzioni tecniche più efficaci.

Bigdata, Building information modelling, IoT: con termini anglosassoni si identifica la galassia del processo che porta alla costruzione di edifici e città intelligenti. In tante città ci sono app che informano i cittadini quando i parcheggi sono liberi o meno, sono già realtà i cestini dei rifiuti che grazie all’IoT fanno sapere quando sono pronti per essere svuotati, all’estero ci sono strade digitali dove le strisce pedonali si illuminano e comunicano, alimentate con pannelli fotovoltaici. E ancora, ci sono sensori che in città come Montreal danno conto in presa diretta dei centimetri di neve caduta sulle strade, altri in città come Santiago del Cile rilevano i movimenti sismici, oppure soluzioni per il self driving come sono i droni-taxi in sperimentazione a Dubai o le prime barche già in giro nei canali di Amsterdam. «Gran parte di questi servizi si possono mettere a punto in 4-5 mesi, partendo con progetti pilota e poi sviluppandoli via via, le tecnologie ci sono – ha dichiarato Marco Moretti, presidente A2ASmartcity –. Il nodo sta nella capacità di fare sistema ed incidere direttamente sulla qualità della vita delle persone».

Milano si è confermata per il quarto anno consecutivo la città più smart d’Italia. Un successo sancito martedì da ICity Rate, la classifica che mette a confronto 106 capoluoghi di Provincia, per fotografare la situazione delle città italiane nel percorso verso città più vicine ai bisogni dei cittadini, più sostenibili, inclusive e vivibili. «Un risultato – ha commentato l’assessore alle politiche del lavoro, Cristina Tajani – che rappresenta un incentivo in più a porre al centro dell’azione amministrativa l’attenzione all’ambiente, moltiplicando le iniziative di riqualificazione energetica degli edifici e di mobilità elettrica come stiamo facendo anche nell’area pilota di Porta Romana con il progetto sharing cities, in un momento in cui la questione ambientale non è più derogabile». Nel capoluogo lombardo sono al lavoro anche i privati e quindici giorni fa è partito un nuovo cantiere nell’area di Cascina Merlata dove Euromilano sta costruendo un comparto di edilizia residenziale libera, il cosiddetto UpTown con 137 appartamenti (venduto già al 70%).

«Sarà un distretto smart – ha spiegato Attilio Di Cunto, ad di Euromilano – lo stiamo progettando mettendo al centro le persone. L’infrastruttura sarà un parco di 25 ettari e il nuovo quartiere sarà alimentato dalla Fibra 1000 e a marzo arriverà il 5G». Non solo efficienza energetica, con teleriscaldamento, e raffrescamento garantito con sonde geotermiche, in quest’area urbana che a regime ospiterà fino a 14mila abitanti , ci sarà una scuola per 920 studenti, da 0 a 13 anni, raggiungibile a piedi attraversando il grande parco. «Oggi le case non si vendono più con un prezzo/mq – ha commentato Di Cunto – bisogna offrire un’alta componente di servizi e un preciso stile di vita».

Altre città grandi e piccole sono al lavoro (vedi anche altri articoli in pagina). La più interessante infrastruttura per la ricostruzione dell’Aquila post sisma è un tunnel con luce, acqua e fibra ottica che attraverserà il centro storico; Treviso bandirà a breve una gara per collaborare con dei privati e ottimizzare tutto il patrimonio dell’illuminazione pubblica. Non basta però raggiungere obiettivi mirati per singoli ambiti, com’è appunto l’efficienza energetica, o l’illuminazione pubblica associata anche al controllo della sicurezza e dei parcheggi pubblici, o ancora la diffusione del car sharing o l’uso di auto elettriche. Per migliorare realmente l’aspetto sociale della comunità servono progetti integrati.

«Migliorare i servizi e ridurre i costi». Per Fabio Florio, business development manager smart city di Cisco Italia «sono questi gli obiettivi di chi vuole costruire smart building e smart cities. Gli sviluppatori in particolare – spiega – valutano quali sono le maggiori voci di spesa, dai costi di manutenzione a quelli legati all’illuminazione, e investono per trovare soluzioni migliorative». In questo contesto è nata la sinergia tra Cisco e Philips Lighting arrivando a ridurre del 20% il consumo di energia dovuta all’illuminazione interna agli edifici, «proponendo un’evoluzione rispetto ai tradizionali corpi illuminanti ma anche – continua il manager di Cisco – gestendo tutti gli impianti con un’unica rete, con un notevole risparmio nella gestione, e sempre garantendo la massima sicurezza dei dati».

La sfida si gioca insomma sul futuro: in Svezia da un paio d’anni il governo ha pensato di istituire il ministero del futuro che ha come mission proprio lo sviluppo a lungo termine delle idee. Una scelta politica che sottende il dialogo tra specialismi e la sinergia di risorse per raggiungere progetti complessi e integrati.

Building automation and control: aggiornata la UNI EN 15232 parte 1

In vigore dal 19 ottobre scorso la parte 1 della UNI EN 15232 (Prestazione energetica degli edifici) che riguarda l’impatto dell’automazione, del controllo e della gestione tecnica degli edifici – Moduli M10-4,5,6,7,8,9,10.
Recepisce lo standard EN 15232-1:2017 “Energy Performance of Buildings – Energy performance of buildings – Part 1: Impact of Building Automation, Controls and Building Management – Modules M10-4,5,6,7,8,9,10” e sostituisce la precedente versione del 2012.

La UNI EN 15232-1:2017 specifica:
– una lista strutturata delle funzioni di controllo, automazione e gestione tecnica degli edifici che contribuiscono alla prestazione energetica degli stessi; le funzioni sono state classificate e strutturate in funzione della regolamentazione per l’edilizia e così denominate Building automation and control (BAC),
– un metodo per definire i requisiti minimi o ogni altra specifica riguardante le funzioni di controllo, automazione e gestione tecnica degli edifici che contribuiscono all’efficienza energetica di un edificio, implementabili in edifici di diversa complessità;
– un metodo semplificato per arrivare ad una prima stima dell’impatto delle suddette funzioni su edifici e profili d’uso rappresentativi,
– i metodi dettagliati per valutare l’impatto di queste funzioni su un determinato edificio.

Riferimenti normativi:
Norma numero : UNI EN 15232-1:2017
Titolo : Prestazione energetica degli edifici – Parte 1: Impatto dell’automazione, del controllo e della gestione tecnica degli edifici – Moduli M10-4,5,6,7,8,9,10
Data entrata in vigore : 19 ottobre 2017

Vetro basso emissivo: la tecnologia al servizio del risparmio energetico

Aumenta il comfort termico diminuendo le perdite di calore: stiamo parlando del vetro basso emissivo, la scelta giusta per favorire il risparmio energetico. Il comfort abitativo è determinato dalla scelta delle giuste superfici vetrate: il rischio di ponti termici e di dispersione del calore è, purtroppo, un problema frequente. È stato stimato che viene dispersa ben il 22% dell’energia utilizzata nelle abitazioni: grazie al vetro basso emissivo è possibile combattere dannosi sprechi ottenendo un miglior risparmio energetico. Cos’è il vetro basso emissivo e cosa lo differenzia da un vetro “normale”? Un vetro “tradizionale” disperde gran parte dell’energia termica riducendo il calore in casa, al contrario il vetro basso emissivo riduce la trasmittanza termica assicurando maggiori capacità d’isolamento.

La superficie bassa emissiva è dotata di un rivestimento apposito in che conferisce al vetro alte proprietà isolanti. La ricerca tecnologica ha creato un prodotto in grado di garantire alte prestazioni in tema d’isolamento termico, con conseguenti benefici in bolletta.

Vetro basso emissivo: caratteristiche e vantaggi

Vediamo nel dettaglio come viene realizzato il vetro basso emissivo. Sulla superficie del vetro sono applicate delle pellicole di ossidi di metallo (coating) che consentono di migliorare le qualità d’isolamento termico senza modificarne la capacità di trasmettere perfettamente la radiazione luminosa respingendo quella infrarossa.

I processi di realizzazione del vetro basso emissivo sono due: CVD e MSVD. Nel primo caso il procedimento “Chemical Vapor Deposition” prevede che il rivestimento di ossidi metallici sia applicato sulla superficie del vetro quando esso è ancora caldo, ossia in fase di realizzazione. MSVD è l’acronimo di “Magnetron Sputtering Vecuum Deposition”: questo procedimento prevede che il vetro finito venga posto sottovuoto e innaffiato con uno strato metallo o ceramico.

La sua speciale lavorazione fa sì che il vetro basso emissivo, durante l’inverno, abbatta la dispersione di calore verso gli ambienti esterni mentre d’estate contribuisca a mantenere la casa fresca evitando il surriscaldamento. È evidente che la scelta del vetro giusto consenta di migliorare l’efficienza energetica dell’edificio: un utilizzo inferiore dei sistemi di riscaldamento o raffreddamento comporta un sensibile risparmio in bolletta.

Differenze tra vetro selettivo e vetro basso emissivo

Se state optando per il rinnovamento degli infissi il consiglio è quello di scegliere prodotti ad alta efficienza energetica. Tra le tipologie di vetri più diffusi vediamo il vetro selettivo e quello basso emissivo; ma quali sono le differenze? La prima tipologia di prodotto riflette i raggi infrarossi evitando il surriscaldamento degli ambienti domestici: in questo modo durante il periodo estivo è possibile godere di spazi freschi senza dover usare costantemente il climatizzatore.

Il rivestimento di ossidi metallici del vetro basso emissivo è molto simile a quello selettivo, ma applicato internamente: in questo modo viene evitata la dispersione del calore interno verso l’esterno, garantendo ambienti caldi e confortevoli d’inverno.